Mostra "Vasari e Roma" - Podcast di approfondimento
Un itinerario immersivo dedicato alle opere di Giorgio Vasari, in cui l’artista stesso diventa narratore della propria storia.
Museo: Mostra "Vasari e Roma" - Musei Capitolini
Audio Introduttivo
Benvenuti o gentili uditori! È per me un sommo piacere accogliervi tra le sale dei Musei Capitolini. Mi par quasi di vedervi, mentre con occhio curioso scrutate tra i miei dipinti, le lettere del mio archivio e i miei amati disegni. Proprio in quei fogli preziosi risiede il segreto del mio fare, poiché il disegno è per me il padre delle tre arti nostre: esso, procedendo dall'intelletto, cava di molte cose un giudizio universale simile a una forma, ovvero idea di tutte le cose della natura. È il mio primo atto creativo: il momento in cui l'idea, ancora astratta, prende corpo sulla carta prima di farsi opera eterna. Sono proprio io a parlarvi: Giorgio Vasari, nato ad Arezzo nel 1511. Ho studiato i principi dell’arte a Firenze prima con un pittore francese e poi nella bottega di Andrea del Sarto e poi in quella di Michelangelo Buonarroti. Sono diventato un artista poliedrico sapevo fare oltre che il pittore anche l’architetto e sono stato scelto da Papi, Cardinali, Principi e Granduchi per realizzare grandi opere ma sono anche famoso per aver scritto le Vite dei più grandi pittori scultori e architetti da Cimabue al divino Michelangelo affinché il tempo non ne cancellasse la memoria e le loro opere servissero da modello agli artisti del futuro. Sono qui per guidarvi tra i segreti del mio ingegno. "Lasciate che le visioni appena ammirate vi accompagnino con la mente oltre queste mura, là dove l’idea si fa pietra e lo spazio si fa realtà. Vi guiderò con la mia voce, in alcuni dei luoghi più importanti per me a Roma (non sempre visitabili), dove il mio intelletto e la mia mano hanno impresso un segno che il tempo non può scalfire." Vi parlerò della Sala cosiddetta dei cento giorni a Palazzo della Cancelleria, e di come l'ingegno può correre veloce: affrescai infatti quel salone in poco più di tre mesi, celebrando la gloria di Paolo III tra architetture dipinte che ingannano l'occhio e sollevano lo spirito; Vi porterò tra i resti dell’ormai demolito Palazzo Altoviti: dove affrescai nelle stanze il trionfo delle virtù e della sapienza antica, rendendo omaggio alla nobiltà del mio caro amico Bindo Altoviti; Entreremo infine virtualmente nella Sala Regia in Vaticano dove ho celebrato il potere e la fede, mettendo in scena “La Battaglia di Lepanto” come un’immensa architettura di corpi e navi.
Podcast n.1: La sala dei cento giorni
Iniziamo con il primo incarico prestigioso che ottenni a Roma. Non lontano da Campo dei Fiori c’è un luogo, come dicevo, dove il mio ingegno ha dovuto correre più veloce del tempo. Oggi è conosciuto come “La sala dei cento giorni” ed è nel Palazzo della Cancelleria (di cui in mostra è presente una incisione), edificio ancora di proprietà della Santa Sede. Lasciate che adesso vi racconti una storia: avevo da poco finito di dipingere una grande tavola raffigurante un’allegoria della Giustizia che mi aveva commissionato il potente cardinale Alessandro Farnese, che vedete qui ritratto e che era niente di meno che il nipote prediletto di papa Paolo III la cui effige è in mostra. Quel cardinale rimase così soddisfatto del mio lavoro e dall’essere riuscito, a suo dire, a distaccarmi dalle “invenzioni ordinarie”, come scrisse nella lettera qui esposta, da chiedermi di progettare anche la decorazione per la grande sala della sua sontuosa dimora che ancora oggi potete ammirare passeggiando su Corso Vittorio Emanuele. Lusingato da quella richiesta preparai tanti disegni su consiglio del mio amico Paolo Giovio, un famoso storico e collezionista dei miei tempi; così il 29 marzo 1546 il cardinale mi lanciò una sfida che avrebbe fatto tremare “il pennello” a chiunque: Messer 'Giorgio, hai cento giorni per affrescare il salone della mia casa. Non un giorno di più'. Cento giorni per una tale impresa! Ne avrebbe richiesti almeno il doppio! Immaginate di trovarvi davanti a un abisso di pareti nude: ventiquattro metri di lunghezza, dodici di larghezza e altrettanti d'altezza. Una voragine di vuoto che dovevo colmare di storie, figure, stemmi e allegorie che celebrassero il pontefice. Poco più di cento giorni per trasformare quel silenzio in un teatro di meraviglie. Sembrava impossibile ma io sapevo che 'la pittura a fresco è quella che più ardisce': non permette errori, richiede una mano risoluta e una velocità d'esecuzione che non ha pari. Così mi organizzai con aiuti e “garzoni” e si dipinse, senza sosta giorno e notte per quasi cento giorni. Eppure, la fretta ha un prezzo. Ricordo ancora quando mostrai la sala finita al mio divin maestro Michelangelo. Gli dissi con orgoglio: 'Maestro, guardate cosa ho fatto in soli cento giorni!'. E lui, col suo spirito tagliente, mi rispose: 'Si vede!'. Aveva ragione, la rapidità spesso ruba la perfezione, ma io cercavo quella 'grazia e una certa facilità, che non par che le cose siano stentate'. Sappiate però che questa storia è una leggenda narrata dagli storici dell’800… Quello che realizzai fu un’opera all’avanguardia senza precedenti: una vera e propria anticipazione di quella che oggi chiamate realtà aumentata! Ho finto che le pareti si aprissero su delle prospettive illusorie dove si muovono personaggi e figure allegoriche. Ma non fermiamoci solo alle figure, ma anche alla cornice architettonica che ho costruito dipingendo. Noterete un alto basamento che corre tutto intorno alla sala: serve a elevarvi, a portarvi nella storia di Paolo III Farnese. Fermatevi un istante davanti a quei gradini dipinti, il vero segreto è nelle scalee. Le ho dipinte concave e convesse affinché vi invitassero a "salire" idealmente nel racconto della vita di Papa Paolo III a cui la sala è dedicata. È un trucco prospettico manierista che richiede una grande precisione nel disegno, affinché l'occhio non colga l'inganno ma ne sia rapito. "Ma non crediate che un’opera così vasta nasca dal solo estro del pittore. Se la mia mano ha tracciato i segni, sono state le menti di grandi letterati che frequentavano la corte di Alessandro Farnese a nutrire il mio pensiero. Alcuni di loro li ho ritratti nella storia in cui ho raffigurato Paolo III mentre distribuisce premi e a uomini virtuosi. Tra le colonne ho ritratto tra gli altri Michelangelo e Monsignor Paolo Giovio vestito di bianco. Ricordate la medaglia con il suo ritratto qui esposta? L’uomo che per primo accese in me la scintilla delle Vite. Fu lui a suggerirmi di pubblicare le memorie degli artisti, che già stavo scrivendo, e così feci nel 1550 quando diedi alle stampe la prima edizione chiamata” Torrentiniana” per distinguerla dalla seconda, più ampia, che pubblicai invece nel 1568 con l’editore Giunti. Ma a Giovio devo anche i suggerimenti sulle storie, la scelta delle allegorie e delle iscrizioni che parlano ai dotti e incantano i semplici. Sulla parete dove è dipinta “La pace di Nizza” ovvero la pace tra l’imperatore Carlo V e il re di Francia Francesco I, è raffigurata l’allegoria dell’l’Ilarità: di cui qui in mostra vedete il mio disegno originale, l’ha ritrovato proprio la curatrice della mostra ad Arezzo. Adesso vi invito anche a cercare nell’affresco che raffigura “l’Omaggio delle Nazioni a Paolo III” un dettaglio sorprendente: la giraffa. Sì, proprio lei. In mezzo a elefanti, cammelli, scimmie e pappagalli, questo animale esotico non è lì per caso. L’ho dipinta ripensando alla celebre giraffa che il sultano d’Egitto regalò a Lorenzo il Magnifico come riconoscimento al suo prestigio internazionale. Ecco perché la giraffa richiama a una terra lontana, e qui allude all’espansione della fede cristiana e dell’autorità della chiesa di Roma fino ai limiti del mondo allora conosciuto. Se ora abbassate lo sguardo sulle scale noterete un vecchio reclinato sui gradini, coronato d’alloro, con una cornucopia accanto e, ai suoi piedi, una lupa. Quell’uomo sta lì a richiamare il mito della fondazione di Roma insieme alla Lupa che allattò Romolo e Remo e quindi a simboleggiare il Tevere. Così quella figura diventa un ponte visivo tra l’antica grandezza dell’Urbe e il potere del papato, che si presenta come erede legittimo di quella storia gloriosa. Se invece alziamo lo sguardo riconosciamo il volto di Giulio Cesare. Per il suo ritratto il mio amico Paolo Giovio ha scelto questa ’iscrizione latina “Expedito vigore animi cuncta pervicit” che tradotta significa: con slancio pronto dell’animo vinse ogni cosa. Non è solo una celebrazione del grande generale romano ma è un modello di virtù politica, energia e dominio universale. Foto n.1: Giovanni Stradano (attrib.), Ritratto di Giorgio Vasari, ca. 1568-72, © Gabinetto Fotografico delle Gallerie degli Uffizi; Foto n.2: Artista Aretino (secolo XVIII-XIX), Busto di Giorgio Vasari, © Arezzo, Fraternita dei Laici. Foto: Alessandro Schinco; Foto n.3: Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, Firenze, Giunti, 1568, Wikimedia Commons; Foto n.4: Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettii, 1568 v. 1, ritratto p (16) Wikimedia Commons; Foto n.5: Giorgio Vasari Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, (Edizione Torrentiniana).1550, © Fondazione Casa Buonarroti, Firenze. Foto n.6 Ritratto di Paolo III Farnese, ca. 1543, © Collezioni d’Arte Fondazione Cariparma; Foto n.7: Sala dei cento giorni, Palazzo della Cancelleria (C) Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica Tutti i diritti riservati; Foto n. 8: Giorgio Vasari, la Pace di Nizza, 1546 (C) Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica Tutti i diritti riservati; Foto n.9: La sala dei 100 Giorni, Creative Commons CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons; Foto n.10: Palazzo della Cancelleria, (esterno); Foto: DiscoverPlaces.travel; Foto n.11: Cortile Palazzo della cancelleria CC BY-SA 3.0 , Wikimedia Commons; Foto n.12: Pietro Ferrerio Il Palazzo della Cancelleria 1542-1546; Roma, Museo di Roma, Archivio Iconografico”, © Roma, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali”. Foto n.13: Giorgio Vasari, Studio della testa di Hilaritas 1546 circa; (per la Sala dei Cento Giorni Cancelleria); Fraternita dei Laici, Collezione Bartolini, © Arezzo, Fraternita dei Laici; Foto n.14: Francesco da San Gallo, Medaglia con ritratto di Paolo Giovio 1522; CC BY-SA 3.0 Wikimedia Commons; Foto n.15: Giorgio Vasari Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, (Edizione Torrentiniana).1550, © Fondazione Casa Buonarroti, Firenze.
Podcast n. 2: Resti degli affreschi di Palazzo Altoviti
Ora desidero parlarvi di un’amicizia e di come il mio “ingegno” abbia cercato di rendere immortale il sogno di un uomo straordinario. Uno degli incontri che mi cambiò la vita fu quello con Bindo Altoviti. Lo incontrai per la prima volta a Camaldoli nell’estate del 1540, proprio in quell’occasione, affascinato dal mio lavoro, mi commissionò la pala d’altare per la sua cappella nella chiesa dei Santi Apostoli nella quale ho raffigurato, l’Immacolata Concezione. Bindo Altoviti non era un uomo qualunque. Era, il banchiere di papa Paolo III Farnese. Era un fiorentino di stirpe antica che aveva fatto di Roma il teatro delle sue glorie, senza mai però scordare il dolce richiamo dell'Arno."; un oppositore dei Medici e un grande collezionista. Quando mi accolse, alcuni anni dopo, nel suo palazzo a Roma sentii subito il peso della sua autorità: un uomo austero nel portamento, ma con uno sguardo che sapeva leggere il valore di un disegno “prima ancora che il colore toccasse l'intonaco." Bindo cercava qualcuno che sapesse unire la grazia fiorentina con la grandiosità romana, quella che avevo imparato durante i miei soggiorni romani studiando l’antico, le opere di Raffaello e quelle di Michelangelo. Nel 1553 mi chiese di affrescare una loggia del suo palazzo romano .. Una loggia che guardava il Tevere. Il lavoro si trasformò subito in un progetto ambizioso. La posizione del palazzo era straordinaria: sorgeva proprio di fronte a Castel Sant'Angelo, nel rione Ponte. Bindo voleva che la sua loggia fosse il ritrovo della vita culturale romana. Mi chiese di celebrare non solo la sua famiglia, ma anche di raffigurare il rapporto armonico tra l'uomo e la natura. Per questo, insieme al mio amico Annibal Caro, celebre poeta e drammaturgo marchigiano, progettammo di affrescare nella loggia centrale del palazzo il mito di Cerere, la dea romana che nutre ogni cosa e che insegna l’agricoltura al giovane Trittolemo, affiancandogli le allegorie delle stagioni. Durante i lavori, Bindo era solito salire spesso sulle impalcature. Non per vigilare su conti e spese, bensì per discutere della “mia 'maniera”, del contrapposto delle figure, della luce che il fiume rifletteva sulle volte. "Lavorare per lui fu un sollievo dopo le fatiche della corte papale”. Bindo apprezzava che dipingessi con velocità, ma esigeva anche che ogni minimo dettaglio avesse la sua ragion d'essere. Fu in quel palazzo che compresi realmente cosa significasse decorare per la nobiltà dell'anima. Lì non ero solo un pittore a servizio; ero l'artista di casa di uno degli uomini più colti e ricchi d'Italia. Con i miei giovani collaboratori, misi quindi mano ai pennelli per decorare quelle sale affacciate sul Tevere. Dipingemmo storie, allegorie e grottesche, quelle pitture leggiadre e fantasiose, tipiche delle residenze aristocratiche rinascimentali, ispirate alle decorazioni scoperte nella Domus Aurea di Roma. Ma il destino è spesso crudele. Quel Tevere indomito, che con i suoi riflessi baciava i miei affreschi, continuava a flagellare la città con le sue piene. Nel 1888, per proteggere Roma, i nuovi governanti decisero di innalzare i grandi muraglioni. E nonostante le urla di protesta dei cittadini, fu decretato l’abbattimento della dimora del mio amico Bindo. Ma fortunatamente, un anno prima della demolizione del palazzo, si decise di salvare gli affreschi che furono "strappati", ovvero staccati dal soffitto da un rinomato restauratore dell’epoca, Pietro Cecconi Principi. Le pitture furono poi montate su tela e successivamente rimontate in una sala del Museo di Palazzo Venezia dove oggi è possibile osservare la ricostruzione della loggia. Ma non tutti gli affreschi furono trasferiti a palazzo Venezia: il Comune scelse di distinguere tra: Le opere del mio pennello: le parti che cioè giudicarono essere di mia mano certa, che trovarono casa tra il 1919 e il 1929 nelle sale di Palazzo Venezia, e le grottesche della cerchia: quelle decorazioni cioè che ornavano le lunette e le volte dello studiolo del palazzo, eseguite dai miei valenti aiuti, che furono allora ritenute di "minor valore" artistico ma che oggi potete ammirare presso la scuola Arti e Mestieri di Roma. A palazzo Venezia, oltre al mito di Cerere è possibile vedere anche la ricostruzione dei Segni dello Zodiaco e le personificazioni dei Mesi e delle Stagioni. Quando le realizzai volevo che Bindo, cenando con i suoi ospiti, sentisse il ritmo del tempo scorrere tra azzurri profondi e gialli luminosi. Le decorazioni comprendono anche le allegorie di Firenze e Roma, a sottolineare il legame tra le due città. L'opera rispecchia quella che gli storici chiamano la mia "maniera matura”, con figure eleganti, composizioni complesse e un uso raffinato della prospettiva, tipico di quegli anni. E ora, un piccolo segreto: nel riquadro centrale, in quel sacerdote che indossa un manto giallo zafferano e che porge un'anfora alla Dea, la critica avrebbe riconosciuto proprio il mio signore Bindo Altoviti. E se poi guardate l'uomo accanto a lui, quel volto scavato dal marmo e dal genio... sì, è proprio il mio maestro, il divino Michelangelo. Ho voluto che le due anime più grandi che avevo conosciuto a Roma fossero immortalate insieme in questo tempio dell’arte. Anche le grottesche furono strappate e ricollocate su nuovi supporti e consegnate al Comune di Roma, per essere portate alla Scuola delle Arti Ornamentali di via di San Giacomo. D’altronde se non potevano più ornare la dimora di un principe, che almeno servissero da modello per gli allievi. Che i giovani imparino su quegli intonaci l’arte di intrecciare mostri, foglie e figure, capaci di impreziosire l’architettura, così come io stesso feci studiando la Domus Aurea di Nerone, dove tali fantasie ebbero origine. Se anche un solo giovane artista, fermandosi davanti a questi intonaci, saprà apprendere l’arte e la grazia che vi sono custodite, allora il mio spirito e quello del mio signore Bindo Altoviti continueranno a vivere tra le mura di Roma… Foto n.1. Ettore Roesler Franz, Il palazzo di Bindo Altoviti presso il Ponte Sant’Angelo, 1882, , Archivio iconografico Museo di Roma; “© Roma, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali”. Foto n.2. Robert MacPherson, Palazzo Altoviti sul Tevere, 1851. Fonte: Wikimedia Commons, pubblico dominio; Foto n.3. Raffaello Sanzio, Ritratto di Bindo Altoviti, ca. 1515. Fonte: Wikimedia Commons, pubblico dominio; Foto n.4. Affreschi Palazzo Altoviti, © 2026 Associazione Metamorfosi. Foto: Antonio Idini; Su concessione del Comune di Roma Capitale / Scuola Arti Ornamentali; Foto n.5. Affreschi Altoviti, (Ricostruzione) presso Palazzo Venezia, (C) VIVE - Vittoriano e Palazzo Venezia; Foto n.6. Benvenuto Cellini, Medaglia con il ritratto di Bindo Altoviti 1540 circa, archivio Museo nazionale del Bargello; © Gabinetto Fotografico delle Gallerie degli Uffizi; Foto n.7. Jacopino del Conte (attr), Ritratto di Michelangelo Buonarroti, sec. XVI; Roma, Musei Capitolini - Archivio Fotografico dei Musei Capitolini”. © Roma, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali" Foto n.8. Jacopo Zucchi (attrib) Ritratto di Annibale Caro 1566, Wikimedia Commons,pubblico dominio.
Podcast n. 3: La Battaglia di Lepanto (Sala Regia Vaticano)
Benvenuti nel cuore del Palazzo Apostolico Vaticano, un luogo di maestà assoluta. Immagino il vostro stupore nel varcare, seppur idealmente questa soglia. Siamo nella Sala Regia, il luogo riservato allo svolgimento delle cerimonie pubbliche in cui i Pontefici accolgono re e ambasciatori da ogni angolo della terra. Da qui si accede sia alla Sala Paolina che alla Cappella Sistina dove dipinse il grande Michelangelo non lontano dalle stanze di Raffaello, tra cui quella della Segnatura che si può dire 'la più onorata stanza di pittura che vi fosse in Roma'. A seguito della vittoria pontificia a Lepanto, avvenuta il 7 ottobre 1571, ero stato richiamato a Roma da Papa Pio V per realizzare gli affreschi di questa sala che dovevano celebrare il miracoloso evento come potete vedere nelle incisioni esposte in mostra. Giunsi in città nel febbraio 1572 e prima che il papa morisse il 1° maggio 1572, riuscii a terminare solo quello con la Battaglia di cui vedete il disegno in mostra. Io stesso scrissi nelle mie Vite che l’arte deve essere imitazione della natura ma anche ornamento e gloria delle cose grandi! e quale cosa poteva essere più grande di una vittoria che parve dono della provvidenza? Mi trovai davanti al compito di raccontare la battaglia, non solo come evento storico, ma come celebrazione della fede che muove ogni cosa. Ogni elemento dell’affresco doveva avere un ruolo preciso, ogni movimento raccontare una storia: compresi allora che la narrazione poteva dispiegarsi attraverso diversi piani visivi, come strati sovrapposti di azione, profondità e significato. Se ingrandite l’opera sul vostro dispositivo, noterete il primo piano, dove il mare sembra quasi a portata di mano. Le galee della Lega Santa sono serrate l’una all’altra, intreccio di prua e poppa, tensione e ritmo. I rematori incatenati tendono le braccia, i volti sono contratti nello sforzo. Alcuni cadono in acqua, altri brandiscono armi che riflettono la luce del sole. Il giovane condottiero Don Giovanni D’Austria emerge tra fumo e vessilli guidando, a soli 24 anni, la coalizione cristiana nel golfo di Patrasso fermando l’espansione turca nel mediterraneo. Ogni vela, ogni remo, ogni scintilla di metallo è pensata: nulla è lasciato al caso. Le fiamme lambiscono le navi, le acque si increspano, riflettendo rossi e verdi, quasi animate da uno spirito divino. Il piano intermedio mostra la vastità del conflitto: le galee meno vicine si moltiplicano, i marinai diventano macchie di luce tra le vele, e la confusione acquista ritmo e armonia. Le diagonali delle navi guidano lo sguardo, il mare apre spazi e profondità, e l’occhio percepisce al contempo la vastità del combattimento e la precisione della strategia. Qui il tumulto si ordina, trasformandosi in narrazione visiva: ogni flutto, ogni movimento, ogni dettaglio ha la sua logica. Sopra il fumo e le acque agitate, in alto la scena si apre alla luce. Le nuvole accolgono figure celesti: Cristo lancia fulmini, Pietro e Paolo osservano, i santi patroni delle nazioni alleate accompagnano la vittoria. Non sono simboli passivi: partecipano alla storia, la trascendono. In basso a sinistra, la Fede, rappresentata da una figura allegorica femminile, domina la scena calpestando, con il piede destro, il turbante nemico, ricordandoci che senza guida divina anche la forza umana sarebbe vana. La luce filtra tra le nuvole e illumina il mare, i rematori, le vele. Il cielo e il mare dialogano, e si percepisce la tensione tra terra e divino, tra fatica umana e provvidenza. Ogni livello simboleggia un significato morale e di virtù: il primo piano indica il coraggio, il dolore e la fatica; quello intermedio la strategia della battaglia; quello in alto la provvidenza e la trascendenza. Eppure, tutto è unito: il movimento delle galee, il fremito delle acque, la luce sulle armature, le nuvole che si aprono verso la gloria celeste. Attraverso questo affresco, desideravo coinvolgere lo spettatore all’interno della battaglia, renderlo partecipe del fragore dei cannoni, del crepitio delle fiamme, della lotta dei rematori e del coraggio dimostrato da Don Giovanni D’Austria. Questa era la mia sfida: trasformare un evento storico in esperienza viva, dove la cronaca si eleva a simbolo eterno e l’arte diventa respiro della storia stessa. Lasciate che vi confessi infine il mio orgoglio più grande: “la prestezza”. Molti pittori si perdono nel dettaglio minuto e faticano anni; io no. 'Io governo il disegno con tale sicurezza che la mia mano corre veloce quanto il pensiero'. Questa vastità di affreschi, questo groviglio di armature e flutti, fu compiuto in tempi che fecero gridare al miracolo! E ora ditemi: Vi par, dunque, che queste figure respirino? Vi par d'essere tra quelle galee? Se il vostro cuore batte più forte, allora non ho lavorato invano! Foto n.1. Giorgio Vasari, (Disegno) La Battaglia di Lepanto 1572 ca., © Gabinetto Fotografico delle Gallerie degli Uffizi; Foto n.2. Giorgio Vasari, La battaglia di Lepanto, Wikimedia Commons; Foto n.3. Sailko, La Battaglia di Lepanto, CCBY 3.0, Wikimedia Commons; Foto n.4. Sailko, La battaglia di Lepanto CC BY 3.0 , via Wikimedia Commons; Foto n.5. Franceco Panini, La Sala Regia in Vaticano, Roma, Museo di Roma, Archivio Iconografico”, © Roma, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali”; Foto n.6. Giorgio Vasari, La battaglia di Lepanto per la sala regia in Vaticano, © Governatorato SCV – Direzione dei Musei Tutti i diritti riservati.