Itinerario di visita completo - Palazzo Fulcis
Benvenuto a Palazzo Fulcis, elegante residenza nobiliare settecentesca nel cuore di Belluno. Il percorso si snoda tra dipinti, sculture e arredi provenienti dalle raccolte civiche, presentati in un allestimento che valorizza sia le opere sia l’architettura del palazzo.
Museo: MUBEL - Musei Civici di Belluno - Palazzo Fulcis
01. Lapidario
Il primo punto d'interesse si sofferma sul Lapidario.
Il punto di partenza più congeniale per il nostro viaggio all’interno di Palazzo Fulcis non può che essere il Lapidario, dove le testimonianze della storia e delle radici culturali della città ci aiutano ad immaginare in quale realtà questo stesso edificio vide la luce e conobbe tutte le sue trasformazioni. Ci troviamo, così, di fronte ad una serie eterogenea di testimonianze, provenienti in particolare dalla città di Belluno e, in misura minore, dal suo territorio: sulla superficie di questi frammenti lapidei, consumata dai secoli, possiamo ripercorrere la storia di Belluno attraverso gli stemmi delle più antiche famiglie della nobiltà cittadina (i Campana, i Rudio e i Crepadoni…) o dei rettori che, a partire dal XV secolo, governarono la città per conto della Repubblica di Venezia. Il potere della Serenissima si affermava anche su Belluno, così come valeva per tutte le città assoggettate, attraverso il caratteristico leone alato. Potete trovarne qui tre esemplari tutti rappresentati “in moleca”, ovvero con le ali che ricordano le chele di un granchio. Di questi leoni il più antico porta una datazione precoce, ancora quattrocentesca, mentre il più recente è riferibile al trattato di Rovereto del 1752, quando il doge Francesco Loredan e l’imperatrice Maria Teresa d’Austria definirono i confini tra i due Stati sul versante cadorino. Sempre ai podestà veneti erano dedicate le iscrizioni un tempo esposte sulle facciate degli edifici pubblici, che qui possiamo osservare in alcuni esempi databili tra XVI e XVIII secolo, di considerevole valore storico. Tra queste, particolare attenzione merita l’epigrafe in onore di Alvise Trevisan (1529), voluta dal popolo bellunese per ringraziare il rettore della sua azione in un periodo segnato da una grave carestia e dalla peste. Notate come lo stemma del patrizio si accompagna a quello della città di Belluno, con i due draghi contrapposti e, ancora una volta, al leone di Venezia, scalpellato in seguito alla caduta della Repubblica nel 1797: ogni simbolo scolpito su queste pietre ha una storia da raccontarci. Preziose testimonianze di una Belluno che non esiste più sono invece le epigrafi di fondazione delle chiese di Santa Giustina in Castello (1297) e Santa Maria Nuova (1326), soppresse in epoca napoleonica e demolite, rispettivamente, nel 1808 e nel 1920. Capitelli, cornici e una molteplicità di ornamenti architettonici provenienti da spazi e monumenti pubblici (come la vasca di fontana con lo stemma del rettore Girolamo Zeno, o la mensola ad ornato vegetale proveniente dal Palazzo dei Rettori) evocano anch’essi, pur in maniera frammentaria, quello che fu il volto della città attraverso i secoli. Reso il doveroso omaggio alla storia bellunese, portatevi ora al primo piano del Palazzo ed immergetevi nella sua decorazione settecentesca: in tale epoca conobbe il suo massimo splendore ed indossò la veste che tutt’oggi possiamo ammirare.
02. Sala 1: Nascita di un museo. La pinacoteca Giampiccoli
Il secondo punto d'interesse parla della nascita del museo e della pinacoteca Giampiccoli.
Avete trovato la prima sala espositiva? Cominciamo dal soffitto. Anche questo conserva, come ogni altra parete del Palazzo, le decorazioni settecentesche originaoli, riportate recentemente all’antico splendore grazie alle pazienti cure dei restauratori. Se guardate, però, con attenzione, potete scorgervi al centro gli stemmi delle famiglie Fulcis e Migazzi de Waal, ovvero la testimonianza del matrimonio celebrato nel 1776 tra Guglielmo Fulcis, figlio di Pietro Cavaliere di Malta, e Francesca Migazzi de Waal, in occasione del quale il Palazzo conobbe la sua maggiore trasformazione. Se abbassate poi lo sguardo e lo volgete verso sinistra, potrete incontrare alcune tra le opere più significative della pinacoteca del museo, le due Madonne con Bambino dipinte alla fine del Quattrocento dal pittore vicentino Bartolomeo Montagna. Vi stupisce imbattervi in un artista vicentino? Ebbene, l’importanza dell’arte di Bartolomeo Montagna sconfinò di gran lunga dalla realtà locale, in quanto egli andò elaborando un linguaggio che univa influenze provenienti dall’intero territorio veneto e non solo. Questo pittore rappresenta infatti uno dei tramiti più importanti per la diffusione nella terraferma veneta del linguaggio rinascimentale di Giovanni Bellini e Antonello da Messina, cui aggiunse una particolare predisposizione per le complesse soluzioni prospettiche, forse influenzate da un contatto con l’arte lombarda e di Donato Bramante, già ben note in Veneto. Se osservate con attenzione le opere di questo maestro potrete cogliere tutto questo nel parapetto marmoreo, nella profondità spaziale dell’immagine, rivelata dalla mano tesa della Vergine, nella nitidezza dei volumi e delle luci. Mentre vi allontanate da questi capolavori di fine Quattrocento, alle vostre spalle vi aspettano altre due tavole, datate, invece, ai primi del Cinquecento. Da una parte potete osservare un’opera di Giannicola di Paolo, molto legata all’arte di Perugino; dall’altra, un esempio di un anonimo artista cremonese, vicino al linguaggio di Tommaso Aleni detto il Fadino. Lo opere pittoriche che vi circondano in questa prima sala rappresentano il cuore della pinacoteca del museo, ovvero il nucleo di dipinti appartenuti al medico bellunese Antonio Giampiccoli e da questi donati alla città nel 1872. Insieme alla raccolta di Tomaso Antonio Catullo e ai bronzi della collezione di Florio Miari, la pinacoteca Giampiccoli costituisce, infatti, il fondo più antico su cui è sorto il museo: a questi lasciti esso deve l’inizio della sua storia.
03. Sala 2: Simone da Cusighe. Il Gotico internazionale tra le Dolomiti
Il terzo punto d'interesse parlerà del Gotico internazionale tra le Dolomiti.
Ed ora inoltriamoci nella vera e propria storia dell’arte bellunese. La seconda sala è dedicata al suo primo antenato, a colui che segna idealmente l’inizio di questa vicenda: Simone da Cusighe. Di questo nostro portavoce del Gotico internazionale si sa ben poco: la sola opera databile con sicurezza è un polittico realizzato per l’altare maggiore della chiesa di Col di Salce, oggi conservato al museo della Ca’ d’Oro a Venezia. Alla vostra destra ed alla vostra sinistra stanno un finto polittico rappresentante Sant’Antonio abate tra i santi Giovatà, Gottardo, Bartolomeo, e Antonio di Padova, e due pannelli appartenenti a uno smembrato polittico e rappresentanti Santa Caterina d’Alessandria e San Giovanni Battista. Se lasciate scorrere lo sguardo sui singoli particolari di queste trecentesche tavole, potrete cogliere a pieno le forme di un linguaggio che, nonostante possa apparire oggi ingenuo, ha rappresentato un aggiornamento artistico importante nella Belluno di quasi settecento anni fa. Sembrano far parte della cultura del nostro Simone tanto il linguaggio emiliano diffuso in Veneto verso la metà del Trecento, da Tommaso da Modena, quanto qualche richiamo alla cultura veneziana e persino padovana del Trecento, cultura che potete riconoscere nella prospettiva un po’ empirica con cui è costruito il trono di Sant’Antonio. Se guardate, poi, al San Bartolomeo del polittico e alla Santa Caterina, noterete forme arcuate e slanciate, dal caratteristico panneggio falcato, le quali rimandano a quella cultura del Gotico internazionale cui pure Simone, con qualche tratto di ingenuità, si accostò. Sono elementi che si rintracciano anche nella quattrocentesca produzione scultorea della città di Belluno: le tre piccole sculture presenti in questa stanza vennero infatti realizzate per decorare le tre principali fontane della città, motivo per cui il tempo, sulla loro superficie, ha lasciato ben visibile i segni del suo corso. Il San Gioatà nacque per sormontare la fontana di Piazza Duomo, il San Lucano quella di piazza Mercato e la Sant’Elena quella presso la chiesa di Santa Croce.
04. Sala 3: La Caminata. Palazzo dell’Antica Comunità di Belluno
Il quarto punto d'interesse è dedicato al Palazzo dell'Antica Comunità di Belluno.
Il 5 aprile 1476 Lorenzo Valier, rettore della città Belluno, che dal 1404 apparteneva ai territori della Repubblica Veneta, presentò al consiglio cittadino il modello per innalzare un nuovo palazzo, sul lato occidentale dell’odierna piazza Duomo. Il Palazzo dell’Antica Comunità di Belluno rappresentò il cuore delle istituzioni civili della città e la sede deputata per le riunioni del Consiglio fino alla caduta della Serenissima (1797). La frammentaria cornice a torciglione e a motivi vegetali che potete vedere entro la teca al centro di questa sala è uno dei numerosi elementi architettonici e decorativi che ne caratterizzavano la facciata. Nella sala principale dell’imponente edificio si pensò presto di realizzare una decorazione pressoché unica in Veneto, per tipologia dei soggetti: un ciclo di affreschi che doveva implicitamente alludere all’eredità romana nella quale Belluno si riconosceva. E così, intorno al 1489, il pittore Iacopo Parisati da Montagnana, ancora legato all’arte di Andrea Mantegna, affrescò nella sala del Consiglio – altrimenti nota come “Caminata” per la presenza di un camino – alcuni episodi ed esempi di virtù di storia antica principalmente tratti dai racconti di Tito Livio, come il Combattimento degli Orazi e dei Curiazi, l’Ingresso trionfale di Orazio vincitore, l’Incontro di Orazio con la sorella e l’uccisione di questa, L’errore di Muzio Scevola, Muzio Scevola si brucia la mano, di cui potete seguire con lo sguardo i frammenti applicati alle fedeli ricostruzioni dell’insieme, perduto. Alla particolare commissione potè forse contribuire il vescovo di Padova, Pietro Barozzi, eletto nel 1487 ma proveniente dalla sede bellunese, un personaggio che certamente può avere suggerito alla sua precedente comunità l’impiego del migliore artista attivo nella sua nuova diocesi. Questo ciclo rappresentò un precoce esempio di celebrazione civile che non fa riferimento a fatti del passato cittadino, ma a esempi di virtù antica. Altri frammenti che potete qui ammirare in tutta la loro armonia cromatica appartengono ad un secondo ciclo di affreschi, relativi ad episodi di storia romana (Tito Manlio Torquato giudica colpevole il figlio Silano, la Prova della vestale Tuccia e la Congiura di Catilina). Questo ciclo adornava la sala dei notai e fu eseguito nel 1529 da Pomponio Amalteo (1505-1588). Osservando e confrontando lo stile delle opere dei due pittori potrete facilmente comprendere le grandi trasformazioni compiute dall’arte veneta a cavallo dei due secoli: da un lato l’arte antiquariale di matrice mantegnesca, di Iacopo, dall’altro quella di Pomponio, già aggiornata sulla pittura ‘tonale’ di Giorgione, Tiziano e Pordenone. Vi starete chiedendo come è stato possibile ricostruire il tracciato di questi grandi affreschi, se ne sono rimasti solo pochi frammenti isolati: ebbene, dobbiamo ringraziare la lungimiranza e l’intelligenza di due gentiluomini bellunesi dell’Ottocento. Prima della distruzione del Palazzo e dei capolavori che lo decoravano, le opere furono infatti fedelmente riprodotte dall’incisore Melchiorre Toller (1800- 1846) e dal pittore Ippolito Caffi (1809-1866), rendendo possibili il restauro e la ricomposizione dei frammenti giunti fino ai giorni nostri.
05. Sala 4. Matteo Cesa. Pittura e scultura a Belluno tra fine Quattrocento e inizio Cinquecento
Questo quinto d'interesse si sofferma sull'artista Matteo Cesa
La quarta sala è dedicata al portavoce della pittura e della scultura bellunesi tra fine Quattrocento e inizio Cinquecento, un artista che incarna perfettamente la polivalenza degli artisti locali nell'età del Rinascimento: Matteo Cesa. Egli fu capace di esprimersi con originalità sia in pittura sia nella scultura lignea, due ambiti in cui ben ci dimostra con quale attenzione seppe aggiornarsi sulla produzione veneziana dei Vivarini, nonché su modelli padovani legati al magistero di Andrea Mantegna: caratteristiche che potete scovare senza difficoltà nel trittico qui esposto, firmato "OPVS MATEI". Particolarmente ricca e decorata è la cornice lignea del trittico, datata tra il 1480 e 1490, prima che il maestro facesse pienamente proprie le novità proposte da Vivarini, ma in tempo perchè fosse assimilato il linguaggio mantegnesco di Jacopo e del primo Giovanni Bellini. La scultura con la Madonna con il Bambino sulla sinistra è invece una testimonianza preziosa dell'attività di Cesa come scultore, che presenta molte analogie con la Madonna presente nella cappella Cesa-Pagani della vicina Chiesa di Santo Stefano.
06. Sala 5: Il Cinquecento. Dall’eredità dei Vecellio a Domenico Tintoretto
Questo sesto punto d'interesse è dedicato al Cinquecento.
La quinta sala del percorso di visita è dedicata al Cinquecento, un secolo che a Belluno ha seguito il suo corso sulla scia dell’eredità dei Vecellio. Vi trovate in una delle più ampie sale del piano nobile del Palazzo, caratterizzata dal camino arricchito da stucchi, specchi e da un paracamino decorato, con lo stemma della famiglia De Bertoldi, proprietaria del palazzo nell’Ottocento. Se, inoltre, durante la vostra passeggiata per le prime sale del museo avete posto attenzione al pavimento in terrazzo veneziano che qui potete ammirare in ampiezza, vi sarete accorti dei differenti motivi decorativi che in ogni stanza lo caratterizzano. Questi preziosi pavimenti hanno rappresentato una delle scoperte più importanti compiute durante il recente restauro dell’edificio. Ma ora, torniamo con lo sguardo alle pareti della sala. Partiamo con il fare il punto della situazione: ci troviamo nel pieno del XVI secolo, e ciò che possiamo rilevare dai linguaggi artistici presenti in questo periodo nel territorio bellunese è innanzitutto l’influenza della bottega del grande protagonista del Cinquecento, Tiziano Vecellio, nato a Pieve di Cadore tra il 1488 ed il 1490. D’ambito vecelliano è così il Ritratto di Pierio Valeriano, uno dei più importanti umanisti del secolo, autore di un volume intitolato Hieroglyphica nel quale i geroglifici egizi vennero interpretati in chiave sapienziale. Nicolò De Stefani, probabile autore della tavola con la Madonna con il Bambino e santi, pittore molto attivo per le chiese del territorio, incrocia invece la lezione di Tiziano con quella, più manierista, di Paris Bordon. Un artista di grande successo a Venezia come Bernardino Licinio aggiunge poi agli spunti tizianeschi la conoscenza dell’arte di Palma il Vecchio, come si può notare dal linguaggio utilizzato nella Donna che si pettina qui esposta. La città di Belluno , sul finire del secolo, ricevette un importante dono fatto di tele di grandi dimensioni: per la chiesa si Santa Croce, soppressa nel 1806 e successivamente demolita, venne realizzato un ciclo di 10 episodi della passione di Cristo, eseguiti da importanti pittori veneziani del tempo, tra cui l’Aliense, Carlo Caliari, Palma il Giovane, Andrea Vicentino, Paolo Fiammingo e Domenico Tintoretto (1560-1635). Di fronte a voi campeggia la prova dipinta da quest’ultimo, nella quale vedete raffigurato Cristo davanti a Pilato e potete facilmente percepire il debito che dimostra di avere nei confronti dell’arte del padre e maestro, Jacopo Tintoretto: una certa nota di teatralità nelle pose e nei gesti, la resa delle figure, alcune delle quali colte in dinamiche torsioni, certe sottolineature luministiche. Questa serie di tele ha probabilmente costituito l’esempio pittorico di stampo controriformistico più ambizioso della terraferma veneta, nel tardo Cinquecento. Venne realizzato per volontà del vescovo Giovanni Battista Valier (1575-96), con l’intento di renderlo un efficace supporto iconografico e dottrinale per questo nuovo istituto, dedito all’insegnamento dei principi della riforma cattolica.
07. Sala 6: Pittura della Controriforma nel bellunese
Questo settimo punto d'interesse è dedicato alla pittura nel periodo della Controriforma.
All’interno della sesta sala del nostro percorso troviamo alcuni esempi di pittura bellunese della Controriforma. Durante questa particolare epoca, l’arte, di pari passo con la devozione, va incontro a una profonda trasformazione nei soggetti e nelle prescrizioni iconografiche: si insiste sul tema della Passione, della meditazione sulle sofferenze di Cristo; si privilegiano forme austere e compassate. E’ questa l’atmosfera che vi circonda. Una presenza significativa sullo scorcio del Cinquecento fu, in particolare, quella di Jacopo Bassano, autore intorno al 1570 del Martirio di san Lorenzo per la Cattedrale di Belluno e qui documentato da un’opera della bottega, che riprende un fortunato prototipo del maestro. Altro protagonista della fase di passaggio tra Cinquecento e Seicento è certamente Jacopo Negretti detto Palma il Giovane, un rinomato allievo diretto di Tiziano, anch’egli autore di una pala d’altare per la Cattedrale bellunese. Il Compianto sul Cristo morto che potete qui ammirare è un ottimo esempio della sua arte religiosa, caratterizzato, tuttavia, da una ricca materia pittorica che già fa presagire l’età barocca ed alleggerisce lievemente la gravità delle tematiche sopra elencate. Tra bellunese e feltrino fu molto attivo in quest’epoca un maestro, in particolare, di grande rigore espressivo, un interprete genuino di una controriformata ‘pittura senza tempo’. Si tratta di Francesco Frigimelica, autore della pala La pietà e il rettore Vittore Correr che potete osservare alla vostra destra: perfetto esempio di stile austero e improntato a una devozione patetica.
08. Sala 7: Gabinetti d’arte ed erudizione. Le placchette e i bronzetti rinascimentali di Florio Miari
Questo ottavo punto d'interesse è dedicato ai gabinetti d'arte ed erudizione.
Che cosa sono, esattamente, i gabinetti d’arte ed erudizione del Rinascimento? Nell’Italia del XV secolo un rinnovato interesse per l’antichità favorì il sorgere di una nuova erudizione, informata dai valori dell’umanesimo e caratterizzata da un’inedita comprensione del valore artistico dei manufatti antichi. Ecco che allora, nelle dimore dei dotti e dei signori, nei palazzi dell’aristocrazia e della ricca borghesia comincia ad apparire lo studiolo, una piccola stanza privata, riservata alla raccolta di libri e di oggetti d’arte. Entro questi ambienti di piccole dimensioni, al riparo del loro prezioso contenuto, principi e letterati si ritiravano per studiare e per riflettere sull’arte antica come su quella del loro tempo. In che cosa consistevano, quindi, gli oggetti d’arte che qui venivano accumulati? Erano piccoli bronzetti, placchette, medaglie, ed ogni similare tipo di piccolo oggetto che fosse possibile tenere e rigirare tra le mani durante lo studio o i momenti dell’otium. La collezione di bronzetti e placchette rinascimentali conservata a Palazzo Fulcis proviene interamente dalla raccolta del conte Florio Miari, giunta al Museo Civico di Belluno nel 1872 grazie alla donazione del figlio Carlo. La collezione Miari è particolarmente significativa in quanto, pur essendo una importante testimonianza del collezionismo bellunese, conserva pezzi che sono rappresentativi di una più vasta produzione italiana collocabile a cavallo tra Quattro e Cinquecento. A quel tempo, tra gli oggetti da studio ed esposizione, i bronzetti e le placchette hanno conosciuto una particolare fortuna collezionistica. Con il termine placchetta s’intendono piccoli rilievi, generalmente in bronzo, decorati su di una faccia sola, realizzati per trasmettere un modello da replicare (un’opera di glittica, una gemma, un cammeo) o talvolta ispirati da celebri precedenti. E’ questo il caso, ad esempio, dei disegni di Michelangelo impiegati da Giovanni Bernardi (1494-1553), di cui rimane testimonianza in un esemplare qui esposto con la Caduta di Fetonte. La collezione Miari annovera alcuni esemplari di placchette eseguite dai migliori artisti versati nell’intaglio e nella fusione in bronzo. Una di queste, raffigurante la Madonna col Bambino, è attribuita alla bottega di Donatello, attiva a Padova dal 1443 al 1453, una realtà che lasciò una traccia duratura del suo passaggio. In altri esempi potete vedere rappresentate le creazioni dell’orafo vicentino Valerio Belli (1468-1546), di Galeazzo Mondella (1467-1528) detto il Moderno, di Andrea Briosco (1470-1532) detto il Riccio. Quest’ultimo artista, conosciuto anche con lo pseudonimo di Ulocrino (un gioco onomastico che significa “capello riccio”!), operò soprattutto a Padova, dove produsse una grande quantità di sculture in bronzo di piccole dimensioni di soggetto classicheggiante, secondo la moda imperante al momento. Proprio tra i bronzetti, oggetti prediletti del collezionismo rinascimentale, spiccano al centro di questa stanza le figure magistralmente fuse del gruppo con Adamo ed Eva, riferito a Nicolò Roccatagliata (1570 ca.-post 1636), ed il pezzo unico rappresentante un Diavolo ascrivibile all’ambito di Agostino Zoppo (1520-1565). Nel ristretto ambito letterario umanistico e rinascimentale si afferma anche il collezionismo della medaglia che, per le ridotte dimensioni e la trasportabilità, la possibilità di unire parole e immagini, era naturalmente votata a garantire la durevolezza della fama presso una cerchia colta. In tale ambito collezionistico, un ruolo fondamentale venne svolto da Pisanello, vero creatore del genere, colui che rese canonico il ritratto rinascimentale di profilo, di cui un esempio ben rappresentativo è quello dell’umanista e pedagogo Vittorino da Feltre. A quei modelli si rifanno ancora le medaglie più tarde di alcuni degli eruditi più famosi del loro tempo, entrambi originari del bellunese e attivi però presso le corti rinascimentali più importanti d’Italia: Urbano Dalle Fosse (detto Bolzanio), precettore di Giovanni de’ Medici a Firenze, futuro Leone X, e il nipote Pierio Valeriano, l’ autore del volume intitolato Hieroglyphica (1556) che abbiamo incontrato soltanto pochi passi fa, ritratto accanto alla sua opera.
09. Sala 8: Il Monte di Pietà di Belluno. Il forziere
Il nono punto d'interesse è dedicato ad un forziere quasi piratesco.
Non ci troviamo in mezzo al set di un film dal vago sapore piratesco, bensì di fronte al cinquecentesco forziere del Monte di Pietà di Belluno. Questa istituzione nacque nel 1501 e assolse alla funzione, da più parte sentita in Italia, di sottrarre l’attività del prestito di denaro agli usurai. Bernardino da Feltre ebbe un ruolo fondamentale nel promuovere la nascita di questa forma di finanziamento popolare. Secondo la tradizione bellunese, il Monte di Pietà di questa città venne progettato da frate Elia da Brescia, dell’Ordine dei Servi di Maria. L’edificio, inaugurato nel 1531, ebbe sede in piazza del Mercato. Il Museo Civico di Belluno conserva molte opere appartenute in origine a questo edificio: la lunetta con la Deposizione di Cristo di Agostino Ridolfi, l’Ex-Voto di Giovanni Delaito, La pietà e il rettore Vittore Correr di Francesco Frigimelica. Tuttavia, fra tutte, un posto d’onore è senz’altro occupato dal massiccio forziere che vi trovate dinanzi, inviolabile nella sua centenaria solidità ed ancora corredato dei pesi di bronzo della Repubblica Veneta.
10. Sala 9: Disegni e stampe
Questo decimo punto d'interesse e dedicato all'area delle stampe e dei disegni.
La collezione del Museo Civico di Belluno comprende anche una considerevole raccolta grafica, con disegni in gran parte provenienti dalla donazione del 1906 del conte bellunese Francesco Agosti. Tra questi fogli, oltre all’eccezionale album di disegni di Andrea Brustolon, molti sono stati realizzati da artisti bellunesi, dal Seicento fino ad arrivare al Novecento. Un nucleo particolarmente ricco è quello dei disegni del Settecento, dei quali potete osservare in questa sala alcuni esempi. Oltre ad artisti come Gaspare Diziani e Francesco Fontebasso, entrambi legati all’alunnato presso Sebastiano Ricci, emergono figure probabilmente meno note ma di grande interesse, come Antonio de’ Bittio, singolare pittore, frescante e ritrattista, attivo anche in Inghilterra per il conte Frederick Augustus Hervey a Ickworth House, e Paolo de’ Filippi, capace di dare seguito alla pittura di paesaggio rinnovata da Marco Ricci. All’Ottocento risalgono invece i disegni di altri importanti maestri, oltre ai noti decoratori neoclassici Giovanni Demin e Pietro Paoletti, quali il ritrattista Antonio Tessari e il grande protagonista del paesaggio italiano di quel secolo, Ippolito Caffi. Di grande importanza è d’altronde la raccolta di stampe conservata a Palazzo Fulcis, di cui a rotazione verranno esposti dei campioni in questa sala. Tale raccolta comprende in particolare il prezioso fondo collezionato da Luigi e Alberto Alpago-Novello e donato al Museo Civico di Belluno nel 1994 da Luisa, Adriano e Arpalice Alpago-Novello. Questa importante e mirata collezione comprende più di millequattrocento fogli, la maggior parte dei quali realizzati da artisti bellunesi. Dovete immaginare, quindi, una profusione di opere di Giovanni Battista Brustolon, Antonio Baratti, Pietro Monaco, Giuliano Giampiccoli, Marco Ricci, Joseph Wagner: in breve, alcuni dei più importanti incisori attivi a Venezia nel Settecento, spesso nativi di Belluno, una città che vanta una importante tradizione di maestri attivi nella stampa.
11. Sala 10: Gioielli della collezione Prosdocimi Bozzoli
nell'undicesimo punto d'interesse potrete vedere la collezione di gioielli Prosdocimi Bozzoli.
Vi trovate, ora, in un ambiente molto luminoso e dalla strana conformazione. Un tempo, questo spazio era aperto e si affacciava sul cortile del Palazzo. Oggi, una semplice lastra di vetro ha permesso di sfruttarlo per esaltare e sottolineare al meglio le forme dei gioielli della collezione Prosdocimi Bozzoli, di cui state ammirando una selezione donata al Museo Civico di Belluno nel 1983. A partire dagli anni cinquanta del Novecento, Rosetta Prosdocimi Bozzoli diede avvio a una notevole collezione di gioielli popolari bellunesi, nel momento, cioè, in cui essi iniziarono a scomparire progressivamente dall’uso, con lo scopo di salvare dall’oblio la cultura popolare tradizionale e un’identità femminile a rischio di sparizione. Se vi soffermate qualche secondo ad osservare con attenzione questi piccoli oggetti, spesso realizzati in preziosa filigrana d’argento, resterete meravigliati dalla maestria tecnica che ha dato loro vita. Osservate i tremoli, quegli spilloni da acconciatura terminanti con fiori d’argento, sostenuti da molle a spirale che oscillano a ogni movimento del capo; gli “spilloni di San Marco”, semplici o doppi; le guselle, gli aghi crinali semplici, per essere infilati a raggiera nella crocchia; le collane di corallo, i curaorecchie, gli anelli, i ciondoli e i pendenti dal simbolismo più esplicito, come quelli a forma di cuore, espressione della fedeltà amorosa e coniugale, o di stelle. Accanto a questi piccoli oggetti leggeri e fantasiosi, potete vedere qualcosa di diametralmente diverso: questi supporti lignei intagliati, sui quali avrete riconosciuto il negativo di alcune immagini, sono degli esempi di matrici xilografiche. Dovete sapere che il Museo Civico di Belluno conserva circa 560 matrici lignee, giunte qui nel marzo del 1896 dalla tipografia bellunese Tissi. Questa bottega è attiva dalla metà del Settecento e, probabilmente, ha raccolto e conservato nel tempo fondi di bottega più antichi, forse dal secolo XVI, in uso presso altre stamperie bellunesi o di territori vicini. Fu avviata da Simone Tissi, che si era formato presso il noto incisore Giuliano Giampiccoli, ed ebbe un ruolo importante per instaurare duraturi rapporti tra Belluno e la tipografia dei Remondini di Bassano del Grappa, dove Simone egualmente realizzò un tirocinio. La sua prima edizione a stampa si data al 1751. Nella bottega si aggiunse anche, a un certo punto, il bellunese Antonio Persicini.
12. Sala 11: L’alcova. I Fulcis cavalieri di Malta
Il dodicesimo punto d'interesse è dedicata alla camera dal letto del padrone di casa.
Se proseguite entrando nel piccolo ambiente attiguo alla sala delle stampe e dei disegni, vi ritroverete nell’alcova del palazzo: la camera da letto del padrone di casa. A partire dal 1702, quando il giovane Pietro Fulcis ottenne l’ambìto titolo di Cavaliere di Malta, la croce caratteristica dell’ordine maltese divenne un elemento imprescindibile nella decorazione dei vari spazi del suo palazzo cittadino: campeggia anche qui, nell’ambiente più intimo e privato dell’edificio. Anche qui, ovvero, la decorazione delle pareti rimanda all’occasione di questo importante riconoscimento, con la presenza, sia nella decorazione a stucco sia in quella pittorica a soffitto, della croce di Malta che si sovrappone all’aquila dello stemma familiare Fulcis. E’ probabile che l’alcova sia stata sistemata non molto tempo dopo la decorazione del camerino in cui furono collocate le tele di Sebastiano Ricci; come in quel caso, lo stuccatore cui si deve la vistosa decorazione plastica alle pareti dimostra una stretta vicinanza con lo stile di Bortolo Cabianca: due figure allegoriche, forse rappresentanti le parti del Giorno ovverosia il Giorno e la Notte, oppure l’Alba ed il Crepuscolo, reggono elementi a volute che, formando una doppia esse contrapposta, creano una sorta di boccascena teatrale che immette nella parte interna dell’alcova. Dovete immaginare un aspetto originario caratterizzato da tonalità oro e avorio, qualcosa che trova diretto confronto con analoghe realizzazioni veneziane del principio del Settecento: una ulteriore conferma dell’aggiornamento del gusto della famiglia Fulcis. La dimensione dell’ambiente, tutto sommato contenuta, ha suggerito ad alcuni che esso potesse precedere un uso matrimoniale e che sia stato concepito prima che Pietro Fulcis si sposasse: parrebbero così decisamente meno inopportuni l’elmo e tutti gli altri riferimenti militari presenti nella decorazione, elementi ben poco concilianti alle tenerezze dell’intimità coniugale.
13. Sala 12: La collezione Zambelli. Le porcellane del Settecento
Il tredicesimo punto d'interesse è incentrato sulla collezione Zambello con numerose porcellane del Settecento.
I pezzi che vedete esposti in questa sala sono stati donati nel gennaio del 1994 al Museo di Belluno dal professor Enrico Zambelli, per volontà sua e della moglie Luciana Perale, scomparsa due anni prima. Il fondo Zambelli comprende numerosi oggetti, tra cui mobili, arazzi, tappeti e porcellane, assieme a stampe, disegni, fotografie, dipinti, vetri e altro ancora. Di particolare interesse è il mobilio: tra i pezzi settecenteschi più significativi, potete ammirare un bureau in legno di carrubo, manifattura veneziana, e una rara scrivania in radica di noce, produzione emiliana della prima metà del secolo. Intorno al 1750 si data invece la porta lignea dipinta con scene pastorali e cornici mistilinee, di ambito veneto. I dipinti che vedete alle pareti sono, infine, di scuola veneta e vengono datati tra XVII e XVIII secolo. L’eccellenza della sala è tuttavia costituita dalla cospicua collezione di porcellane, che avrà certamente attirato subito la vostra attenzione. Forse faticherete a crederci, ma all’interno di quei pochi metri quadrati di teca è rappresentata la produzione di tutte le principali manifatture italiane ed europee attive a partire dal Settecento, assieme ad alcuni esemplari provenienti dalla Cina e dal Giappone! Un piccolo excursus sulla storia della produzione della porcellana potrà aiutarvi a gustare al meglio questi delicati capolavori. Tra le manifatture italiane, particolare rilievo ebbero quelle situate a Venezia. La più antica fu quella di Giovanni Vezzi, attiva tra 1720 e 1727, di cui il museo possiede una rara coppetta con decorazione floreale e motivi a rilievo (vetrina 1, n° 1). Seguì quella fondata nel 1761 dal profugo sassone Nathaniel Friedrich Hewelcke, dalla quale proviene una piccola teiera con corpo sferoidale e motivi floreali (vetrina 1, n° 54), ispirata a modelli cinesi. L’apogeo della produzione veneziana coincise tuttavia con la venuta in città dell’imprenditore modenese Geminiano Cozzi. Attiva tra 1765 e 1812, la sua manifattura si distinse per la prolificità e per la varietà di motivi adottati (cineserie, paesaggi, composizioni figurative, floreali e geometriche). Numerose sono anche le statuette, singole e a gruppi. Tra quelle possedute dal museo si segnala quella policroma raffigurante una fanciulla orientale, detta anche pagò (dal veneziano pagodo, divinità cinese – vetrina 1, n° 4). Principale antagonista dell’impresa Cozzi fu quella avviata nel 1762 da Giovanni Battista Antonibon con sede a Nove (Vicenza). Caratterizzata da un’ottima qualità artistica e dei materiali, il repertorio figurativo coincide talvolta con quello del rivale, come mostrano ad esempio i motivi a catenella e a ponticello, comuni ad entrambe le fabbriche (vetrina 1, per esempio: n° 11, 25). Tra quelle europee bisogna invece ricordare le produzioni francesi (preziosa è la lattiera eseguita a Sèvres con fregi dorati e volatile, firmata e datata 1773 – vetrina 3, n° 25), austriache e tedesche. Proprio in Germania nacque la prima manifattura europea di porcellana su ampia scala: situata a Meissen (Dresda), essa iniziò la sua produzione nel 1710 e sin da subito privilegiò motivi di stampo orientale, scene naturalistiche e paesaggi, come ben dimostrano gli stessi esemplari qui esposti (vetrina 3, n° 1-17, 19).
14. Il Salone di Palazzo Fulcis
Il quattordicesimo punto d'interesse è dedicato al solone di Palazzo Fulcis.
Vi trovate nel cuore del Palazzo, il magnifico salone a doppia altezza, frutto dell’ampliamento progettato dal’architetto Valentino Alpago-Novello in occasione delle nozze celebrate nel 1776 tra Guglielmo Fulcis e Francesca Migazzi de Waal. Attenti a non scontrarvi con una delle tre maestose consolles barocche che adornano questo ambiente! Fanno parte dell’arredo originale del Palazzo, e sono state realizzate da maestranze bellunesi, preziosa eredità della grande tradizione d’intaglio locale. Potete invece provare a specchiarvi. E, prima di allontanarvi dalla specchiera, soffermatevi un momento sulla presenza dello stemma della famiglia Fulcis e della Croce di Malta: sono gli elementi che hanno permesso di datare questi arredi dopo il 1702, anno in cui il padre di Guglielmo, Pietro Fulcis, ottenne il titolo di Cavaliere dell’ordine di Malta, avvenimento che venne celebrato con importanti interventi decorativi all’interno del Palazzo, quali gli stucchi dell’alcova e del Camerino d’Ercole e la commissione a Sebastiano Ricci delle tele che da lì a poco lo avrebbero adornato. Vi sarete già lasciati conquistare dalla delicata decorazione monocroma ed a stucco del soffitto e della parte alta delle pareti: un esempio di eleganza senza eccesso. I dipinti allegorici che vi sovrastano, sul soffitto e sulla parte alta di tre delle quattro pareti, sono stati realizzati da uno tra i più popolari frescanti della seconda metà del Settecento: Costantino Cedini. Cominciamo dall’alto. Esatto, lì, sopra la vostra testa, dove la pesantezza del mattone ha lasciato spazio alla leggerezza delle nuvole. La Virtù sta incoronando il Valore, vedete? E se persistete ancora qualche minuto in questa scomoda posizione, potrete riconoscere all’interno della splendida allegoria tutte le figure che la abitano: il Valore, seduto nella sua fierezza accanto ad un leone statuario, la Virtù che lo sovrasta generosa, con una corona tra le mani, le Tre Virtù Teologali, in alto, quasi a perdersi contro il cielo terso, ed infine in basso, sulla sinistra, così vicini da essere quasi tangibili, Mercurio, Marte ed Ercole. Quando sarete sazi di nuvole e vorrete abbassare lo sguardo, potrete poi divertirvi a riconoscere quale tra le figure allegoriche dipinte sulle pareti rappresenta il Merito, quale la Fortuna e quale la Guerra. Sono purtroppo perdute le tele, verosimilmente dello stesso Cedini, che decoravano la parte bassa delle pareti e di cui si conserva ancora l’incorniciatura: il tempo, con il suo scorrere, ci lascia tanti doni preziosi quanti ne trascina via con sé.
15. Sala 13: Quadri da stanza d’età barocca
Il quindicesimo punto d'interesse si concentra su alcuni quadri del periodo baracco.
Questa sala vi offre un piccolo assaggio di quello che doveva essere il gusto di una quadreria seicentesca: il secolo del Barocco segna infatti la nascita della quadreria nel senso moderno del termine, un ambiente dove dipinti antichi e patrimonio di famiglia iniziano a convivere con nuove commissioni, di differente soggetto e genere. Sono i ritratti, le opere d’argomento biblico, le scene di genere e le nature morte, di cui potete ammirare in questa sala alcuni interessanti esempi. All’interno della pinacoteca Giampiccoli, fondo che costituisce il nucleo originario delle collezioni civiche bellunesi, erano presenti alcuni esemplari particolarmente interessanti di pittura veneta fra Sei e Settecento. Ne fa parte il bel Ritratto di giovane di Vittore Ghislandi detto Fra’ Galgario, forse parte di un dipinto più grande, che rivela le grandi doti dell’arte del maestro bergamasco, il suo penetrante naturalismo e le felici intuizioni coloristiche. Il lucchese Pietro Ricchi, qui presente con Mosè salvato dalle acque, fu invece uno dei più interessanti artisti ‘foresti’ attivi nei territori della Serenissima durante il Seicento. Egli contribuì a trasformare la pittura veneziana in chiave barocca, spesso con soluzioni luministiche audaci, non ignare di una lezione di lontana estrazione caravaggesca, suggerite dal ventaglio cromatico di questa tela. Molto diffuse nelle quadrerie barocche venete erano anche le scene agresti di Philipp Roos detto Rosa da Tivoli, il più importante pittore animalista del Seicento tedesco, che trovò fortuna in Italia, a Roma e in Veneto in particolare.
16. Sala 14: Belluno, ritratto di una città fra Seicento e Settecento
Il sedicesimo punto d'interesse si sofferma su com'era Belluno tra Seicento e Settecento.
In questa sala potrete giocare a ripensare e riformulare la città di Belluno fino a vederla con gli occhi di un uomo del Seicento o del Settecento. La Predica di san Bernardino di Siena, di Francesco Frigimelica il Giovane, parzialmente ispirato dal quadro di Andrea Schiavone conservato nella cattedrale, è dedicato al santo che nel 1423 placò le lotte tra le fazioni bellunesi. Nello scorcio dell’opera potete vedere una parte dell’originaria conformazione di Piazza Duomo. Notevole per ampiezza della ripresa è poi La pianta prospettica di Domenico Falce, datata 1690 e realizzata in onore del rettore veneziano Antonio Boldù, del quale compare lo stemma. In quest’opera il pittore unisce un’analitica descrizione urbanistica, grazie alla quale potete farvi un’idea dell’originaria estensione del centro storico cittadino, con una vena fantastica e aneddotica, come dimostrano le zattere che giungono al Borgo Piave per la fluitazione del legname. Come una sorta di ex-voto è invece concepita la tela di Antonio Lazzarini, che testimonia uno Scontro tra gli zatterieri e le guardie avvenuto nel 1718 e risolto grazie al miracoloso intervento della Vergine. Ma veniamo, ora, ad uno dei più importanti pittori di paesaggio dei primi decenni del Settecento in Europa: il bellunese Marco Ricci. Questo artista, nipote di Sebastiano, si dedicò, pensate, anche al particolare genere della caricatura (scene di genere in cui i personaggi vengono comicamente raffigurati attraverso ritrattini ‘caricati’), ambito nel quale fu particolarmente attivo durante il suo soggiorno in Inghilterra. Forse precede quell’esperienza, ma ne anticipa lo sguardo ironico e disincantato verso l’umanità, la Veduta di piazza Campitello che potete ammirare in questa sala, spaccato unico sulla vita quotidiana e sulla città di Belluno al principio del secolo.
17. Sala 15: Andrea Brustolon e l’età barocca a Belluno
Il diciassettesimo punto d'interesse si concentra sull'artista barocco Andrea Brustolon.
In questa grande sala, dedicata alla Belluno del periodo Barocco, la fanno da padrone le opere di uno dei più grandi scultori e intagliatori di ogni tempo: Andrea Brustolon. Presso il Museo Civico di Belluno si conserva l’album completo dei disegni dell’artista, di circa settantacinque fogli, molti dei quali preparatori per le suo opere più note: un documento unico sul metodo di lavoro e inventivo dello scultore, il cui linguaggio ha conquistato la critica non soltanto dei suoi tempi bensì anche dei secoli successivi. Pensate, per esempio, che in pieno Ottocento Honoré de Balzac, nel suo eccezionale romanzo Il cugino Pons (1847), lo ricordò come il “Michelangelo del legno”. Alle fasi di studio dei suoi capolavori spettano i tre bozzetti preparatori in terracotta che potete qui ammirare, rivelatori di una grande sensibilità e del profondo naturalismo nella creazione plastica, ancora mossi dal guizzo della prima idea. L’allegoria della Grazia fu realizzata per una serie di sculture lignee commissionate da Tiopo Piloni, il quale è rappresentato di profilo anche nel medaglione che potete vedere sulla vostra destra, firmato e datato 1727. Il bozzetto con la Crocifissione, del 1728, è invece preparatorio per la pala oggi conservata nella chiesa di San Pietro a Belluno, ma commissionata per quella dei Gesuiti. Dalla chiesa di San Giuseppe proviene, poi, il Crocifisso ligneo che trovate in fondo alla sala, documento prezioso del virtuosismo tecnico cui Brustolon portò la tecnica dell’intaglio ligneo, una lezione che ebbe nel territorio bellunese numerosi seguaci, come il frate cappuccino Francesco Dalla Dia. In ambito pittorico, l’esponente più significativo a cavallo tra Seicento e Settecento è senz’altro Agostino Ridolfi, legato alla corrente cosiddetta ‘tenebrosa’ operante a Venezia, interessata ai contrasti chiaroscurali e ad una narrazione particolarmente concitata, cui si accosta egualmente Antonio Lazzarini. Attivo principalmente nel Settecento fu invece Antonio Gabrieli, divulgatore, talvolta un po’ ingenuo, tanto della lezione di Ricci e Diziani quanto dell’arte di Antonio Guardi. La grande tela con L’Immacolata e i santi protettori della città di Belluno proviene dalla Sala del Consiglio dei nobili della città.
18. Sala 16: Marco Ricci e il paesaggio del Settecento
Il diciottesimo punto d'interesse è dedicato al pittore Maro Ricci.
Eccoci arrivati nel regno di Marco Ricci e del genere pittorico settecentesco del paesaggio. Così come Sebastiano Ricci diede una svolta decisiva alla grande pittura decorativa e di storia, innovandola in chiave settecentesca e rococò, così il nipote Marco, anch’egli bellunese, trasformò la pittura di paesaggio, conducendola dai risalti chiaroscurali della stagione barocca a una dimensione libera, tersa e, potremmo dire, ‘meteorologica’ della natura. Un confronto tra gli esempi ricceschi qui proposti ed il paesaggio dipinto da Antonio Marini, pittore con cui in passato Marco era stato confuso, è rivelatore in tal senso: tanto drammatico e concitato risulta essere il paesaggio di Marini quanto sereni e nitidamente costruiti sono quelli di Ricci. Forse non tutti sanno che Marco, per rimediare all’effetto di patina giallastra che l’olio, con il passare del tempo, lascia naturalmente sulla tela, non certo adatto a tutte le tipologie di paesaggio, si inventò una tecnica tutta nuova. Dopo diverso tempo trascorso a sperimentare le soluzioni più opportune, arrivò finalmente ed elaborarne una che gli consentiva di dipingere paesaggi luminosi, con i bianchi e tutti gli altri colori brillanti: cominciò a dipingere a tempera su pelle di capretto, costruendo la sua pittura per macchie di colore e tocchi di luce. Gli esemplari qui esposti, realizzati con questa tecnica, sono rappresentativi di un genere chiamato “capriccio”: un mondo dove la natura e la realtà convivono con la fantasia degli elementi rovinistici. Osservando questi piccoli luminosi quadri potete rendervi conto della lucida e razionale concezione ottica che governava l’arte di Marco Ricci, la stessa concezione che sarà poi decisiva per le vedute di Canaletto. A Belluno, dove Marco era solito tornare e soggiornare con frequenza, come a ristabilire un legame diretto e privilegiato con le montagne e la natura rappresentati nei suoi quadri, si affermò una scuola di paesaggio che troverà seguito anche nel secolo successivo. Antonio Diziani, figlio di Gaspare, fu attivo nel paesaggio, riprendendo spunti dall’opera di Marco, ma rielaborandoli in un’interpretazione più anedottica e con temi di genere. Giuseppe Zais, partendo dalla medesima esperienza riccesca, fu in grado di aggiornarsi a Venezia su quanto andava realizzando il più importante paesaggista ‘arcadico’ del Settecento, Francesco Zuccarelli, mantenendo tuttavia accenti di naturalismo e di verità del mondo agreste che rappresenta attraverso pennellate ricche e tremolanti.
19. Sala 17: Sebastiano Ricci
Il diciannovesimo punto d'interesse è dedicato all'artista Sebastiano Ricci.
Sebastiano Ricci, nato a Belluno nel 1659, fu uno di quegli artisti in grado di assimilare e trasformare un’intera tradizione pittorica, svolgendo un ruolo per certi versi simile a quello compiuto, un secolo prima, da Peter Paul Rubens. Egli fu protagonista, infatti, della trasformazione avvenuta nella pittura europea nel momento di passaggio dalla stagione barocca a quella rococò, ben rappresentato dalle opere lasciate a Padova nella Basilica di Santa Giustina (1700) ed a Firenze, a Palazzo Pitti e a Palazzo Marucelli (1707). In questa sala avete inoltre la possibilità di cogliere la sensibilità della mano da cui Sebastiano apprese i primi segreti dell’arte: la grande tela con Tritoni e Nereidi è infatti opera del suo maestro, Federico Cervelli, un pittore milanese trapiantato a Venezia, che in quest’opera mostra tutta la sua inclinazione alla riscoperta di un’arte luminosa e neoveronesiana. La biografia di Ricci è caratterizzata da un lungo peregrinare fra nord e centro Italia, con un soggiorno in Inghilterra, insieme al nipote Marco, dove decorò ad esempio la Burlington House e il Chelsea Royal Hospital, ed ancora a Parigi e a Vienna. Questo vi fa immaginare da quale bagaglio di esperienze il giovane Sebastiano abbia potuto attingere, rielaborando poi secondo la propria poetica una cultura visiva di una vastità fuori dal comune. Ancora legata alla pittura seicentesca e ai suoi drammatici risalti chiaroscurali è la misteriosa tela, una tempera insolitamente senza preparazione, rappresentante La pazienza di Giobbe, forse legata a un qualche ciclo decorativo non rintracciato, come suggerisce la presenza dell’incorniciatura in finto stucco. Già frutto del nuovo stile, più libero, atmosferico e luminoso, grazie alla riscoperta di Paolo Veronese, è poi il Riposo durante la fuga in Egitto, forse da collocare durante il periodo trascorso dall’artista in Inghilterra. La Testa della Samaritana proviene invece dal perduto ciclo di Villa Belvedere a Belluno (1718), commissionata dal vescovo Bembo, e purtroppo distrutto. La decorazione, come documenta un disegno di Osvaldo Monti, era scandita da episodi biblici ma anche dalla presenza di scene di vita contemporanea come l’autoritratto di Sebastiano in compagnia del nipote Marco. Il satiro e la famiglia del contadino è, infine, una testimonianza della produzione matura, e della maniera ‘di tocco’ con cui Sebastiano interpretò alcune delle sue creazioni, assecondando un amore tutto settecentesco per la rapidità, l’invenzione, e l’improvvisazione, quasi musicale, dei bozzetti: “questo piccolo è l’originale”, scrisse, inviando a un suo committente il modello preparatorio di una grande pala, dichiarando la supremazia dell’atto creativo.
20. Sala 18: Il Settecento
Il ventesimo punto d'interesse approfondisce ulteriormente il periodo pittorico settecentesco bellunese.
Sebastiano Ricci ebbe, insieme ad Antonio Pellegrini e Jacopo Amigoni, un ruolo decisivo per la trasformazione in chiave settecentesca della pittura veneta. In questa sala potete osservare le opere di un artista che fu suo allievo, Gaspare Diziani, anch’egli nativo di Belluno. Uno dei più importanti pittori della metà del secolo, viaggiò a Roma e in Germania, assolvendo a commissioni da ogni parte d’Europa (pensate che il soffitto del Palazzo d’Inverno oggi sede dell’Ermitage a Pietroburgo venne decorato proprio da lui), sia su tela sia ad affresco. A Belluno, tra le altre cose, ha lasciato la pala con l’Estasi di san Francesco nella chiesa di San Rocco, e la notevole Annunciazione qui esposta, narrata con toni domestici, e ravvivata da sottili tocchi di luce. Il Ritratto di Almorò Pisani è invece opera del più importante ritrattista veneziano della seconda metà del secolo, Alessandro Longhi. La tela ritrae il giovanissimo membro di una delle più importanti famiglie della Serenissima, noto anche per aver creato un’accademia di disegno nel suo palazzo in contrada San Vidal, e morto appena ventenne. L’opera è quanto resta di un più ampio ritratto di gruppo, di cui si intravede oggi solo la veste della madre Marina Sagredo: il giovanissimo Pisani è vestito di tutto punto come un adulto, con il tricorno e la velada grigio-azzurra virtuosisticamente rialzata da tocchi d’oro. Tra i protagonisti del secolo ricordiamo, infine, anche Giambattista Pittoni. Il suo monocromo con l’Allegoria di Venezia è una vera e propria prova di abilità: l’artista ha voluto qui fingere con la pittura un bassorilievo scultoreo; rimane a voi giudicare quanto egregiamente egli sia riuscito nel suo intento!
21. Sala 19: Valentino e Caterina Panciera Besarel
Il ventunesimo punto d'interesse si sofferma su 2 famosi intagliatori bellunesi ottocenteschi.
La tradizione dell’intaglio del legno a Belluno ebbe, nell’Ottocento, un altro grande esponente: Valentino Panciera Besarel. Proveniente da una famiglia di intagliatori della Val di Zoldo, grazie al sostegno dell’architetto Giuseppe Segusini riuscì a frequentare dal 1853 al 1855 l’Accademia di Belle Arti di Venezia ed ebbe Luigi Ferrari come maestro. Ponendosi quale erede dell’arte di Andrea Brustolon, del quale nel 1869 realizzò come omaggio un intenso Busto ideale, Valentino divenne uno scultore e un mobiliere di straordinario successo: dalla sua casa bottega a San Barnaba a Venezia, spediva cornici e consoles in ogni parte d’Europa, opere nelle quali al recupero del barocco veneziano si alternavano riferimenti a modelli e prototipi rinascimentali e un neoclassicimo interpretato in modo un po’ eclettico. Tratto comune alle sue realizzazioni, sia in ambito religioso che profano, fu il virtuosismo nell’intaglio, risultato di estrema perizia tecnica, che gli garantì commissioni dalla stessa casa reale dei Savoia, per la quale creò opere destinate al Palazzo del Quirinale a Roma. Come Brustolon, anche Valentino fece ricorso alla pratica di modelli in terracotta: in questa sala potete trovare i bozzetti preparatori per gli Evangelisti della cattedrale bellunese e per gli angeli impiegati nel tarbernacolo della chiesa di San Rocco, riuniti in un unico espositore pensato e realizzato dallo stesso artista per essere donato al Museo Civico di Belluno nel 1895. Potete inoltre vedere i bozzetti del San Daniele e del San Giovanni Battista, preparatori per le sculture del santuario di Santa Maria delle Grazie ad Este, ed il bassorilievo della grande pala lignea con la Crocifissione, commissione per la parrocchiale di Vigo di Cadore, opera che Besarel presentò all’Esposizione universale di Parigi del 1867, riscuotendo grande successo. Talvolta, l’abilità nella modellazione plastica si può tradurre in prove autonome: è il caso del Ritratto della piccola De Col Tana, realizzato nel 1857 a terracruda grassa, vale a dire lasciando asciugare naturalmente la creta, poi rifinita con un impasto liquido di acqua e creta (chiamata ‘barbottina’) tale da conferire un epidermico naturalismo alla scultura. Se vi voltate, dopo aver dato un ultimo saluto alla piccola bellunese, potrete ammirare il ritratto dello scultore a fianco della moglie. La figlia di Valentino, Caterina Panciera (detta “Ninetta”), divenne negli anni sempre più attiva all’interno dell’atelier di famiglia, soprattutto dopo che il padre perse quattro dita della mano destra durante un incidente sul lavoro nel 1885. Figlia d’arte, arrivò alla realizzazione di opere molto felici, come questi ritratti dei genitori, dal realismo sorvegliato e privo di retorica, quasi dimesso, e proprio per questo così vero, intimo e affettuoso.
22. Sala 20: Ippolito Caffi. La veduta e il paesaggio nell’Ottocento
il ventiduesimo punto d'interesse è dedicato al maestro paesaggista Ippolito Caffi.
La ventesima sala del nostro percorso è dedicata ad uno dei principali protagonisti della veduta e del paesaggio nell’Ottocento: Ippolito Caffi. A Belluno, dove il pittore nacque nel 1809, si proseguiva ancora sulla scia della tradizione, ormai un poco stanca, di Marco Ricci e dei suoi eredi quali, ad esempio, Paolo de Filippi detto Betto, attivi ancora in pieno Ottocento. Applicandosi sia alle vedute cittadine sia a quelle naturalistiche, Ippolito Caffi seppe trasformare un genere che, dopo Marco, Canaletto e Guardi, sembrava non avere più molto da dire. Potete vedere con i vostri occhi con quale abilità egli fu invece capace di innovarla. Dapprima avviato allo studio della pittura accademica, affidato in particolare al magistero del cugino Pietro Paoletti, attivo a Padova, e poi, dal 1826 al 1831, all’Accademia di Belle Arti di Venezia, Caffi trovò la propria vocazione grazie al viaggio a Roma avvenuto nel 1832. Il pittore si specializzò quindi nel genere della veduta, utilizzando soluzioni sino ad allora impensate: come potete vedere dagli esempi qui esposti, all’esattezza ottica Caffi abbina una sensibilità per l’elemento sentimentale dell’immagine, spesso sottolineato da originali spunti luministici ed ‘effetti speciali’: controluce accecanti, eventi atmosferici e astronomici, notturni rischiarati da bagliori colorati. Anche lo scorcio più riprodotto viene animato da uno spirito nuovo: è questo il caso delle due vedute veneziane, una delle città più amate dai vedutisti di ogni epoca, la quale appare, tuttavia, tanto originale nelle soluzioni scelte dal nostro. Caffi opera sia nel piccolo formato (quadri spesso in più redazioni di diverse dimensioni) sia nella grande decorazione murale, talvolta con soggetti esotici, in linea con il gusto orientalista di quegli anni. A questo artista non dispiaceva viaggiare. Egli, a partire dagli anni trenta, si spostò per l’intera Italia (più volte a Roma, ma anche Napoli, Genova, Trieste), in Europa (Nizza, la Svizzera, Londra, Madrid, Parigi) fino a compiere nel 1843 un viaggio in Oriente: Atene, Costantinopoli e l’Egitto: una esperienza che gli suggerirà a lungo temi e soluzioni da adottare nelle sue vedute. Caffi pare esser stato davvero instancabile: impegnato politicamente nella battaglia risorgimentale, più volte incarcerato e sottoposto ad esilio, il maestro morirà nell’affondamento dell’ammiraglia italiana durante la battaglia di Lissa, nel 1866. Durante i frequenti ritorni a Belluno con cui Caffi interrompeva il suo peregrinare, realizzò vari disegni, schizzi e dipinti della sua terra natale. Pensate quasi come confessioni intime, liberamente costruite con macchie di colore, tali da avere suggerito confronti con la migliore pittura dell’Ottocento europeo e con Corot in particolare, le tele che vedete qui esposte erano forse state concepite dal pittore per una destinazione familiare. Una voce differente, meritevole di essere riscoperta e, soprattutto, di ricevere altrettanta attenzione, è quella di Alessandro Seffer. Potete farvi una chiara idea delle capacità di questo artista osservando da vicino e sin nei minimi particolari la Caccia sul greto del Piave qui esposta. Seffer, partendo dalla maniera di Caffi, intreccia più ardite riprese grandangolari en plein air, come in questo caso, oppure scene che s’accostano a temi più aneddotici, come il Concerto bandistico in piazza Campitello, del 1901, che potete vedere sulla vostra sinistra.
23. Sala 21: Scultura dell’Ottocento a Belluno
Il ventitreesimo punto d'interesse è dedicato alla scultura bellunese nell'Ottocento.
Passiamo ora alla scultura dell’Ottocento a Belluno. Nel corso di tutto il XIX secolo la Municipalità Cittadina rappresentò per l’arte una grande promotrice di commissioni pubbliche, volte per lo più a celebrare i protagonisti della cultura e della politica bellunesi, così come, dopo l’Unità d’Italia, della storia patria. Accanto a Valentino Panciera Besarel, capofila del gruppo dei bellunesi, svolgono la propria attività altri importanti scultori. Un contributo importante viene fornito da Luigi Borro, nativo di Ceneda ma introdotto nell’ambiente artistico veneziano dal bellunese Giovanni Demin. Dotato di uno straordinario talento e di abilità tecniche fuori dal comune, Borro è l’autore del Busto di Dante collocato in città sopra Porta Reniera, nonchè di un intenso Ritratto di Ippolito Caffi, realizzato dopo la morte dell’amico su sollecitazione di un gruppo di cittadini. Nel 1864 la città commissiona inoltre allo scultore il Ritratto di Tommaso Antonio Catullo, il celebre geologo e zoologo bellunese che vi sta osservando con quel simpatico ghigno tra il beffardo ed il bonario, opera di un naturalismo espressivo e antiretorico che si pone tra le migliori creazioni della scultura veneta dell’Ottocento, scardinando tutte le consuetudini accademiche. Nell’ambito della ritrattistica locale, poi, si distingue Giovanni Giacomini. Ancora su commissione del Comune di Belluno, egli realizzò i ritratti di Vittorio Emanuele II e di Giuseppe Garibaldi, risolti con un tono familiare e realistico che depotenzia l’enfasi della celebrazione ufficiale, trasformandoli in miti padri della patria, cui rendere un omaggio familiare (come mostrato peraltro nel coevo dipinto di Sommavilla). Per monumenti più ufficiali, gli sarà tuttavia spesso preferito Girolamo Bortotti, autore infatti del monumento a Vittorio Emanuele II per il Municipio cittadino, di cui potete qui vedere il bozzetto in terracotta. Altri scultori operano nel territorio a cavallo tra Otto e Novecento. Meritano di essere qui ricordati, in particolare: Annibale De Lotto, nativo di San Vito di Cadore, impegnato in molti monumenti pubblici in tutto il Veneto ed autore del ritratto dell’eroe irredentista trentino Cesare Battisti, impiccato a Trento nel 1916; Urbano Nono, fratello del più noto pittore Luigi, autore del busto dell’avvocato Jacopo Tasso, fucilato nel 1849 per la sua partecipazione ai moti contro gli austriaci dell’anno precedente, opera preparatoria al monumento commissionato dal Comune di Longarone nel 1911.
24. Sala 22: Demin, Paoletti, Placido Fabris. La pittura dell’Ottocento a Belluno
Il ventiquattresimo punto d'interesse è dedicato alle figure chiave ottocentesche bellunesi nel mondo artistico e culturale.
Quali sono stati i protagonisti della pittura dell’Ottocento a Belluno? L’Ottocento fu un secolo particolarmente fortunato per le arti di questo territorio. Qui ebbe infatti i natali, oltre al già ricordato Ippolito Caffi, anche un maestro come Giovanni Demin, che insieme a Francesco Hayez impose una svolta decisiva alla pittura e alla decorazione in senso neoclassico, tanto che Antonio Canova, suo protettore insieme a Leopoldo Cicognara, giunse a considerarlo come il vero genio pittorico del suo tempo, sostenendolo durante il pensionato a Roma nel 1809. A Belluno Demin lascia l’importante decorazione della sala consiliare presso il palazzo municipale, di cui la tela con Ezzelino ricacciato dalle mura della città è modello preparatorio. Molti artisti bellunesi dell’epoca si specializzarono con successo nel ritratto: tra di essi, ricordiamo Galeazzo Monti, pittore dilettante, e Pietro Paoletti, allievo di Demin, generalmente attivo in opere a carattere storico e grandi decorazioni ma anche sensibile interprete in tale ambito, come rivela il bel Ritratto di Angelo Doglioni (1844). Pure specialista del genere è stato Placido Fabris, di Pieve d’Alpago, educato all’Accademia veneziana e attivo anche a Trieste (1824-32). Nel suo Ritratto di Gaspare Craglietto, rivela una capacità mimetica straordinaria e una cura micrografica, quasi fiamminga nella definizione del volto del personaggio, facoltoso armatore dalmata, residente a Venezia e a sua volta collezionista di opere nordiche. Potete notare un simile virtuosismo, quasi maniacale, anche nel Ritratto di Germanico Bernardi, davanti al quale vi preghiamo di trattenervi dall’istinto di accarezzare la pelliccia del suo abito. Vi assicuriamo che è dipinta. Nella seconda metà del secolo, nel campo del ritratto si distinse Francesco Bettio, attivo anche in soggetti di genere di stampo favrettiano. Figlio di Galeazzo, Osvaldo Monti fu invece una figura centrale nelle vicende culturali bellunesi, promotore della realizzazione del Museo Civico nel 1876 e qui ritratto da Pompeo Marino Molmenti, professore di pittura all’Accademia veneziana e molto interessato allo studio del vero. Osvaldo prese anche parte ai moti del 1848, che rievocò in quadretti di vivace vena narrativa, alcuni dei quali avrete notato nella precedente sala.
25. Sala 23: Tavolette votive dalla chiesa di Sant’Andrea
Il venticinquesimo punto d'interesse si sofferma sulle tavolette votive delle chiesa di S. Andrea.
Questo piccolo ambiente del museo ospita una particolarissima testimonianza della cultura popolare bellunese: le tavolette votive provenienti dalla chiesa di Sant’Andrea. Tale chiesetta, un tempo situata in piazza Duomo tra cattedrale e battistero, fu gravemente danneggiata dal terremoto del 1873 e abbattuta l’anno seguente. Sull’epigrafe commemorativa trecentesca qui esposta, un tempo collocata sopra la porta di ingresso, potete leggere il volgare veneto-bellunese dell’ultimo medioevo, preceduto da un testo latino di formulario liturgico; questo importante reperto testimonia l’iniziativa di fondazione della chiesa per volontà di Andrea Morello e di suo figlio Piero e, successivamente alla loro morte, della moglie di quest’ultimo, “dona Bonaventura”, in data 1350. Dovete immaginare una chiesa di piccolissime dimensioni, lunga sei metri e larga quattro, rivestita di ex voto d’argento e di questi piccoli dipinti votivi: quanti più possibili sono stati salvati solo grazie all’interessamento della Municipalità cittadina, pervenendo infine al Museo Civico di Belluno. Che cosa si intende, esattamente, quando si parla di “ex-voto”? Si tratta di oggetti dedicati a Dio, alla Madonna o a particolari santi, a loro offerti per aver ricevuto una particolare grazia. Pensate che le tavolette votive che state osservando sono databili dal Quattrocento all’Ottocento: avete insomma di fronte, su un’unica parete, una testimonianza della fede popolare di ben quattrocento anni di storia. Queste piccole e fragili opere costituiscono una testimonianza straordinaria della devozione e dell’arte popolare della città di Belluno nel corso dei secoli, nonché delle abitudini e della vita quotidiana della città. Ci potete riconoscere episodi che vanno dal raccoglimento in preghiera dei fedeli a nuove nascite, a guarigioni di infermi, nonché molti incidenti, felicemente risolti: cadute dalle scale, crollo di soffitti, assalti di banditi, investimenti di carri e addirittura lo scatenarsi di forze naturali. Un proliferare aneddotico che potete scorrere con gli occhi come fosse una striscia fumettistica o, se preferite, un divertente cartoon. Potete notare come gli artisti autori di queste scene appaiano strettamente legati allo stile dei maggiori pittori attivi a Belluno: troverete così riferimenti all’arte di Matteo Cesa o Giovanni da Mel, frequenti tra le prime tavolette, che talvolta divulgano in chiave più umile modelli anche prestigiosi, dell’ambito dei Vivarini; più avanti nei secoli, si possono riconoscere le lezioni di Francesco Frigimelica, Antonio Gabrieli, Gaspare Diziani, Insomma, un sommario dell’influenza dei protagonisti della storia dell’arte bellunese.
26. Sala 24: Ricci e il Camerino d’Ercole di Palazzo Fulcis
Il ventiseiesimo punto d'interesse al camerino d'Ercole di Palazzo Fulcis.
Il camerino d’Ercole di Palazzo Fulcis, rivestito di preziosi stucchi ad altorilievo ad opera di Bortolo Cabianca, era decorato da alcuni dipinti di Sebastiano Ricci. Immaginate quindi la Caduta di Fetonte, che nell’attuale collocazione troneggia appesa alla parete davanti a voi, inserita tra cornici di stucco a soffitto, mentre alle pareti stavano le due tele con Ercole al bivio ed Ercole e Onfale. Questi capolavori sono temporaneamente allocati all’ultimo piano del museo, in attesa dell’acquisizione e del restauro dell’ambiente originale del Camerino, tuttora esistente nel fabbricato di Palazzo Fulcis, dove ci si augura possano essere presto ripristinate. Oltre alle tre grandi tele che vi circondano, il ciclo decorativo riccesco del Camerino ne comprendeva altre, di più piccolo formato: due tele ovali, ora disperse, raffiguranti Apollo e Dafne e Pan e Siringa e amorini; quattro monocromi violetti realizzati ad olio su muro con Diana e Atteone, Apollo e Marsia, La battaglia tra Lapiti e Centauri e un Baccanale, fortunatamente ancora in loco. Il ciclo venne probabilmente commissionato a Sebastiano Ricci in occasione della nomina di Pietro Fulcis (1702) a Cavaliere dell’ordine di Malta, ordine il cui emblema compare ancora nella decorazione a stucco superstite del Camerino. In questo momento vi trovate tra i capolavori pittorici di quello che è stato definito “il più bel camerino del Settecento europeo”. All’interno di questo ambiente, le singole tele di Ricci erano state pensate come una pedagogia per immagini, capace di coinvolgere i sensi e suggestionare la fantasia del loro osservatore: provate a lasciarvi trasportare da questo intento, e seguite la narrazione. La Caduta di Fetonte, come sovente in altri impieghi di questo medesimo soggetto, era un tema di ostentata umiltà, un invito implicito per il giovane Pietro a non ‘insuperbire’ per il nuovo status acquisito, al fine di non incorrere nella punizione divina e dunque nella caduta. La scena, concepita con un rutilante e vertiginoso sottinsù, reso drammatico dai lampi di luce e colore, doveva travolgere il visitatore , il quale era pertanto coinvolto come attore della scena, secondo uno spirito ancora d’estrazione barocca. Le altre due tele sono altrettanti inviti rivolti a Pietro: da un lato, con Ercole e Onfale, potete cogliere il suggerimento a non lasciarsi traviare dalle passioni amorose; dall’altro, con Ercole al bivio, l’incoraggiamento a scegliere sempre l’impervia strada della Virtù. Nel loro complesso, il ciclo di tre tele di palazzo Fulcis rappresenta un episodio fondamentale per comprendere la svolta decisiva impressa da Sebastiano Ricci alla pittura veneta a cavallo dei due secoli, in direzione di una più aperta e libera maniera, già partecipe del gusto rococò, ma non estranea ai contrasti luministici seicenteschi.