Itinerario Versi & Discorsi
Questo itinerario presenta una decina di versi e discorsi scritti da Armando Perotti, le voci recitanti sono di Doralisa Campanella e Antonio Carella.
Museo: Mostra TRA ULIVI E MARE - Alla scoperta di Armando Perotti, con lettere e ricordi
Albata Serenata – Il libro dei canti / Canti del mare
ALBATA SERENATA C’est l’heure de la mer; c’est l’beure de l’amour. de Chabot. Ecco, fuggon le stelle, la pura alba si desta: accorrete, o donzelle, l’ora del mare è questa. Alle alcove segrete batte il raggio solar: o donzelle, accorrete, questa è l’ora del mar! Scintillano i pianeti sopra la vostra testa: accorrete, o poeti, l’ora d’amore è questa. La mezza luna miete i siderali fior; o poeti, accorrete, questa è l’ora d’amor!
La Madonna delle Rose – Or da poggia or da orza / Intermezzo cristiano
LA MADONNA DELLE ROSE Poi che le voci dello strazio umano ebbero attinto i cieli, ella discese, a placar l’ire ed a compor le offese con molte rose per ciascuna mano. Pellegrina del cielo, ogni paese toccò. La precedea lento ed arcano i l cantico del maggio mariano, l’inno immenso del suo mistico mese. E a chi piangea con le miracolose corolle accarezzò le fronti chine, largi l’aroma e il miel di quelle rose; e a chi ridea dell’altrui pianto in core fisse le spine, le roventi spine ond’era aspro lo stel d’ogni suo fiore.
La Marcia degli Ulivi – Poesie varie
LA MARCIA DEGLI ULIVI Egli rivide i sacri alberi della patria, l’invincibile esercito dei poderosi ulivi, dal mare immacolato, dal sonante Adriatico, salire alla conquista pacifica dei clivi. Veniano i primi ulivi incontro al figliuol prodigo in lunghe teorie di sottili alberelle, quasi danzando; ed era non so che di femmineo nelle tenere forme, nelle movenze snelle. Agitando sul capo il vegetale simbolo della pace, con l’esili braccia protese in alto, venian, quasi cantando, le mistiche avanguardie dell’oste innumerevole, pronta al sicuro assalto. Seguia lo stuol de’ veliti; i più belli, i più giovani, cui sotto i bruni cortici scorrean linfe robuste; alti, composti, fieri; l’ala della vittoria, già ne radea le chiome del primo frutto onuste. già le dorava il sole, il pio sole di Puglia, sorridendo orgoglioso alla gloria dei figli; sul terren faticoso schiudea qualche papavero, goccie di fresco sangue, i larghi fior vermigli. Indi il nerbo palladio, i pesanti triarii, la falange macedone, la tebana legione, i superstiti grigi di cinquanta battaglie, i mal domi dal fulmine, gli eroi dell’aquilone. Era un grande silenzio di foresta druidica sotto le secolari ombre; nell’aer mite, i riposati succhi distillavano il balsamó per le piaghe recenti, per le vecchie ferite. Chiudean la marcia i vecchi, nelle midolla sterili rabbrividenti all’ultimo ribrezzo della febbre, una torma affannosa d’infermi e di decrepiti, cui sulle immonde membra gomme fioriano e lebbre. Curvi in convulse pose di dolore e di rabbia, avviticchiati al suolo con l’estreme radici, guardavano da lunge, con torvo occhio d’invidia, ondeggiar su pe’ clivi le insegne vincitrici. Dalla suprema vetta di Montevivi, il reduce abbracciò con lo sguardo tutto quanto il paese, poi mosse, con un gesto solenne delle braccia, incontro agli invasori della terra pugliese.
O mano femminile – Il libro dei canti / Intime
O MANO FEMMINILE.... O mano femminile, che guidi alla vittoria, o mano bianca e lunga, che spezzi il rovo sul sentier di gloria, perchè lo scalzo piede del viator non punga; o mano femminile, dalle strette tenaci, dalle carezze sante, ch’io t’adori così, cosi ti baci, man di madre o di sposa, di sorella o d’amante. La chioma scompigliata dalle veglie penose leggermente ravvia, o mano fatta di gigli e di rose, candida come quelli, e come queste pia: tu mi reggi la penna, questa mia penna inetta, che incespica nel verso, che scrivere non sa quel che le detta la gran voce squillante nell’immenso universo!
Sonetto di vendemmia – Il libro dei canti / Canti del mare
SONETTO DI VENDEMMIA. Stille di linfa e gocciole di brina gemono i tralci per le lor ferite, ma d’una gran dolcezza set mbrina il ciel compensa il pianto della vite. In solenne corteo della collina vincono i carri l’ardüe salite, e l’alterna canzone montanina turba i silenzi del tramonto mite. lo non ci credo, o bel giovanottino, io non ci credo punto al vostro amore. Il bacio della donna è come il vino, meno ne bevi e più ti dà vigore. Oggi ribolle allegramente il tino, diman nel tino s’acqueta il bollore!
Discorso insediamento Consiglio Comunale di Bari dell’11 luglio 1910
IL DISCORSO DI ARMANDO PEROTTI ALL’INSEDIAMENTO DEL CONSIGLIO COMUNALE 9/7/1910 Onorevoli consiglieri. La prima mia parola che suoni in quest’aula sia di saluto al popolo barese, che accorrendo numeroso ai recenti comizi, ed esercitando il maggiore dei suoi diritti con amichevole civiltà e dando ai suoi voti chiare significazioni, dimostrò anche una volta a prossimi ed a lontani di essere veramente degno della libertà, di intenderne i limiti, di sentirne i solenni doveri. Come nel giovinetto cresciuto ad uomo bello è assistere allo schiudersi e al maturare della virile coscienza, altrettanto confortevole è il seguire, in una città che per la forza del suo sangue, da se, da sola, si è posta sulle vie della prosperità, il seguirne, dico, e il constatarne i sicuri progressi della civica coscienza. Ciò prova, o signori, che la presente floridezza non è un dono della cieca fortuna. Molte vite vivemmo: Siamo una vecchia gente, che ha ribevuto alla fonte di giovinezza, e che si viene rifoggiando i suoi fati con mani ogni di più esperte, con cuore ogni di più franco. Se non temessi di parlare di me, insisterei su di un fatto che mi commuove e mi esalta. L’anzianità conferitami dai miei concittadini, che mi procura l’immeritato, l’inaspettato onore di presiedere in questa prima adunanza, vuol essere forse essere intesa come un premio di concordia al modesto indagatore dell’anima barese nella storia e nell’arte? Se Bari, contro l’avviso di Platone, il quale non voleva poeti nella repubblica, ha, con uno slancio sentimentale, decretato che un oscuro, ma fervido adoratore di ogni poesia nella vita, sedesse nei suoi consigli, mi piace d’interpretare questa manifestazione in maniera che vi si confonda, e vi si sperda la mia piccola persona. Io vi leggo l’espressione di quelle latenti energie d’idealità, che alcuni negano al popolo nostro, ma di cui sentì il lampo e l’ardore chi ne interrogò il passato, ed ivi sorpresele ragioni del presente. Riconosciuta come un’affermazione delle forze occulte del pubblico sentimento, che chiedono spesso chi le indovini e le traduca in parole ed in atti, io depongo, votiva offerta, sull’altare della piccola patria municipale, la mia anzianità. Voi avete udito, o consiglieri, dalla bocca del Signor Commissario Prefettizio la relazione della sua gestione, ed io so di avervi unanimi nell’esprimergli il nostro deferente saluto; né dubito del consenso della città intera nel ringraziarlo per averla, nel delicato ufficio, degnamente rappresentata e retta. A voi, nuovi eletti, a voi tutti, il caldo, il cordiale saluto: ai veterani delle battaglie di questo consesso ed ai giovani che vi entrano ricchi di baldanza e di speranza; agli sperimentati piloti ed ai novizii dell’infido mare; a voi tutti di qualsiasi parte e di qualunque fede. La città ha conferito a ciascuno di voi una parte della sua sovranità; ognuno rappresenta un aspetto di quella, ed un atteggiamento della volontà popolare; ma è dal vario gioco di queste forme e di queste forze che scaturisce la norma e la pratica del buon reggimento. Ricordate la formula sacra: Senatus populusque barensis. Per più di duemil’anni essa fu il motto fatidico che Bari ripeté nei giorni di gioia e di dolore; il segno della nostra tradizione, il simbolo del nostro cinismo. Senato e popolo: l’uno per l’altro e con l’altro, nella libra città: ecco lo spirito della formula ed ecco il suo augurio. Bari non chiede che di essere ben governata: ma lo chiede con ogni sua forza. In cambio essa promette di far miracoli. Se per tre millenni essa è venuta mutando i suoi destini, attraverso odissee di casi illuminate da bagliori e da raggi, nessun momento della sua storia fu mai più dell’attuale pieno di fati. Dopo aver conquistato gli agi, siam giunti alle soglie della grandezza: la mercantile città, nel suo rigoglioso divenire, sente i nuovi diritti di esistenza. È ampia, ma vuol essere bella e sana; è ricca, ma vuol essere colta; è operosa, ma vuol essere entrare in comunione di vita superiore con la grande patria. Sa di dover compiere sul mare nostro, una funzione che non è soltanto di traffici; e forse qualche nuova, qualche inattesa parola lungamente meditata nel silenzio dei secoli, le preromperà dell’antico cuore rinnovellato. Compito nostro, onorevoli colleghi, sarà quello di drizzare agli scopi del maggior benessere le aspirazioni dell’anima cittadina, ma di non dimenticare che lo spirito è funzione, del corpo, o meglio: che esso vive entro un materiale organismo, e che vano sarebbe sperare la salute di ciascuno dei due termini senza che tra loro fosse il felice, se non il perfetto equilibrio. Poiché non devo tracciar programmi, credo inutile spender troppe frasi per illustrare ogni mia allusione: voi certo, o colleghi, ne intendete, ne sentite ogni più riposto senso; né avrei così parlato se non avessi avuto la convinzione che qualunque di voi, da questo posto, in quest’ora, avrebbe pensato e detto com’io feci. Mi sono studiato di essere la vostra voce collettiva, quella stessa che accomunerebbe voi tutti, d’ogni parte e d’ogni fede, in un sol grido entusiastico, se vi proponessi l’evviva a Bari. Ma concedetemi che più lucidamente accenni a cosa che molto m’è a cuore. L’ultimo rinascimento della città nostra ebbe inizio materiale in un giorno di cui, tra meno di tre anni, si compie il centenario ricorso. Mancheremo ad ogni debito di riconoscenza se, dimenticando beneficio e benefattore, noi non onorassimo la memoria del re cavaliere e non celebrassimo con religioso amore in fortunata ricorrenza del sole, che dopo il giro di un secolo, illuminerà la vittoria di Bari. Più che per incitamenti o per propagande, si è venuto, per spontanea, e direi per necessaria germinazione, formando, di tal dovere, un pubblico universal sentimento. Non prevarranno, sul coro di gioia, le voci degli scettici, dei timidi, dei dubbiosi. Bari importa a sè medesima, e a noi, in festa della sua esaltazione. Ogni barese è orgoglioso di esser tale: ed è dalla somma dei singoli orgogli patriottici che nasce la gagliardia delle città e delle nazioni. Bari vuole dimostrare che quest’alta coscienza di sé non è stolta vanteria di pervenuto; ardentemente desidera rivelarsi nella sua materia e nel suo spirito, nell’opera e nelle idee, nell’azione e nel pensiero, nelle sue certezze e nelle sue speranze. Siffatto legittimo desiderio si adempirà con una serie di festeggiamenti e di riti civili, rappresentativi di tutte le attività baresi, i quali culmineranno in una mostra di quello che Bari fu e di quello che è. Discuteremo poi la misura ed i modi della grande impresa; Bari farà tutto quello che può, ma anche tutto quello che deve. E potrà persino adattarsi a farlo modestamente, ma indegnamente non mai. Chiudo il mio dire, onorevoli colleghi, invocando benigno l’augurio sui nostri lavori: su ciò che vorremo per puro cuore, su ciò che opereremo con meditata audacia: lo invoco per ogni corrente d’idee, per ogni lotta feconda, per ogni benefico esercizio delle virtù della stirpe, anche delle più umili, anche delle più rudi, pur che sia nel nome solenne e caro di Bari.
Giugno – Sonetti dei mesi
GIUGNO Re della gleba, re del Tavoliere, iapigia prole, mietitor rubesto, che i culmi arguti con il sacro gesto stringi nel pugno quanto può tenere; recidi a un palmo dalla terra, e questo mannel d’ariste, fiore del podere, offri adorando alle presenti e vere divinità del tuo dominio agresto; tu solo accogli senza meraviglia la compiuta promessa, il premio atteso, lo spirto vivo in realtà pagane: nel solco che del sangue s’invermiglia, che s’imbeve del pianto, ecco è disceso il calore del sol che si fa pane.
Luglio – Sonetti dei mesi
LUGLIO Non anche a monte taccion le cicale che a valle già ricominciano i grilli: l’alterna onda di crepiti e di trilli il lirico m’affoga estro vocale. Fossi grillo o cicala! Avessi l’ale: casso che vibri ad elitra che oscilli, e renda in metri fervidi e tranquilli la poesia del luglio cereale! Vate ignaro, trarrei nelle gioconde rime il meridian silenzio ardente, l’alido oblio che il plenilunio infonde: Modulerei, con tutto me, la pia cantica estiva, infaticabilmente, sino a morirne, sulla terra mia.
Settembre – Sonetti dei mesi
SETTEMBRE Pervia all’obliquo sol della mattina, opaca che i miei grigi ozii nasconda, m’è capanna la pergola. Vi abbonda il moscadello, rorido di brina. V’indugia, com’io fo, l’ape matina, e saccheggiam quella dovizia bionda, se non, cresciuto il di, tra fronda e fronda traluca il tremolar della marina. Più pingue preda allora e meno aprico talamo ad ospitar Titiro appresta la generosa maestà d’un fico... E mi si raddolcisce ogni ferita, ogni dolor si disacerba, in questa maturità dell’anno e della vita.
Levata di sole – Or da poggia or da orza / Castro
LEVATA DI SOLE I. L’alba: un’alba di spiriti e di cose. Or tutti i pianti che la notte esprime solvonsi in tenui nebbie luminose. Al trepido spirar dell’ôre prime l’ali rasciuga l’immortal speranza e tenta il vol da intaminate cime. Salirà, salirà, come più avanza il giorno, i gradi dell’eterna spera, tanto alzerà quant’ella ha di possanza... Ma stanca a terra ricadrà stasera. II. Eccolo, il giorno. Tinte preziose, che il tarentino murice distilla, toni delle viole e delle rose, ostro che splende, porpora che brilla, tutti i color del sangue e delle fiamme pingono il cielo che si dissigilla. Temperator delle roventi gamme, un variar di verdi ori e di gialli ostenta le pacifiche orifiamme... Indi, gli azzurri eterei cristalli. III. Apri, conca divina, alla divina ora le braccia; il casto bacio sia. Un florid’arco d’itala marina da Leuca estrema all’irta Palascia; e, di contro, la Sacra alla vittoria alpe di Cernagòra e d’Albania... O chiostra immensa di storia e di gloria, a qual mai nave il varco apri laggiù? Vieni, soave al sogno e alla memoria, vien, velivola isola, Corfù! IV. Isola, vieni; al mattutino incanto la gioia tua, la tua tristezza infondi: il vin del riso, l’olio del pianto. Dimmi i capegli della vergin biondi, che palpitanti al vento Odisseo vide, tra la letizia d’atti verecondi; dimmi il marmoreo strazio del Pelide nel giardin vago che tra’ lauri aspetta; di’ la vece immutabil: chi ride e chi piange: Nausicaa e Elisabetta. V. Nell’infrenabil corso hanno i febei cavalli attinto la caonia cima; (seminâr di diffusi ori gli Egei, vestir di lume Olimpo, e nell’opima tessala valle ridestâr la greggia). Tra poco a questa conca che s’adima e nell’attesa già trema e rosseggia lanceranno i nitriti trionfali... Odo sonar la fulminata scheggia all’urto degli zoccoli immortali. VI. Il sole! Il sole! Bell’occhio dei cieli, nume dei favolosi atavi e mio, come benigno a tanto mar ti sveli! Ali di navi, gonfie del desio d’ignoti porti, radon l’acque; rade candida un’ala il liquid’etra. Addio, fotte volanti a innominate rade! Ma tu, speranza, uccello del ritorno, ben ti vedrò, quando il crepuscol cade, attender mesta che rialzi il giorno! VII. Padre, dispensator di tutti i beni, infaticato guidator di genti, pupilla che sorridi e che baleni; o invocato negli alti giuramenti onniveggente scrutator, che avvivi l’anima umana e il cor delle sementi, levinsi a te, che il grande orbe descrivi, gli occulti spirti delle mille vite: li infonderai nel succo degli ulivi e nel sangue dell’uomo e della vite! VIII. Che è che canta? È il vento del mattino, che disceso dal balzo d’oriente, blando discorre sopra il suol marino? È Pan che tratta con la paziente mano i forati calami? Dal fiore della parola esala il mito ardente... Sì, è Pan, l’eterno aedo, egli il signore d’ogni armonia, che i mille ritmi sa, il divin dell’idea modulatore; colui che non è morto e non morrà!
Mostra TRA ULIVI E MARE - Alla scoperta di Armando Perotti, con lettere e ricordi
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Lingua dell'itinerario:

Albata Serenata – Il libro dei canti / Canti del mare

La Madonna delle Rose – Or da poggia or da orza / Intermezzo cristiano

La Marcia degli Ulivi – Poesie varie

O mano femminile – Il libro dei canti / Intime

Sonetto di vendemmia – Il libro dei canti / Canti del mare

Discorso insediamento Consiglio Comunale di Bari dell’11 luglio 1910

Giugno – Sonetti dei mesi

Luglio – Sonetti dei mesi

Settembre – Sonetti dei mesi

Levata di sole – Or da poggia or da orza / Castro
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Questo itinerario presenta una decina di versi e discorsi scritti da Armando Perotti, le voci recitanti sono di Doralisa Campanella e Antonio Carella.
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Percorso di visita

Albata Serenata – Il libro dei canti / Canti del mare

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Sonetto di vendemmia – Il libro dei canti / Canti del mare

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Giugno – Sonetti dei mesi

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Settembre – Sonetti dei mesi

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