Questo itinerario offre una spiegazione completa e pensata in particolare per i bambini e le scuole per comprendere le varie sezioni ospitate presso il Museo Archeologico del Finale a Finale Ligure
Ciao e benvenuti nel Museo Archeologico del Finale! Preparati per un'avventura che ti porterà indietro nel tempo, in dieci sale che ti racconteranno la storia di questa terra e delle persone che ci hanno vissuto, a partire da ben 350.000 anni fa. Mentre cammini, cerca dei segnali: sono dei rettangoli con il disegno di un ragazzo preistorico e un numero. Quando li trovi, seleziona il numero corrispondente sull’audioguida per ascoltare la prossima storia. Ti auguriamo una fantastica visita!
Hai mai sognato di fare un viaggio nel tempo? L’archeologia è proprio questo, non una caccia al tesoro, ma una scienza rigorosa che studia le tracce lasciate dagli uomini del passato. L’archeologo cerca oggetti, resti di cibo o antiche strutture per capire cosa mangiavano i nostri antenati, come vivevano e quali strumenti usavano. Ma come fa a non confondersi? Usa la stratigrafia! Immagina il terreno come un grande libro fatto di tanti strati di terra: in alto ci sono le tracce più recenti, in profondità si trovano quelle più antiche. Scavando con cura, l'archeologo legge questi strati uno alla volta. Documenta la posizione di ogni reperto prima di rimuoverlo, lo fotografa, disegna e cataloga, proprio come se stesse ricomponendo un puzzle. Ricorda: scavare significa distruggere il contesto, quindi ogni indizio va registrato con cura estrema per non perdere preziose pagine di storia! Il lavoro continua poi in laboratorio con altri esperti: il geologo studia la terra, l’archeobotanico i semi e i frutti antichi e l’antropologo i resti umani. Grazie al loro lavoro di squadra, anche il più piccolo reperto torna a parlare, raccontandoci le incredibili avventure delle popolazioni che sono vissute prima di noi.
Immagina: quindici milioni di anni fa, il Finale era una zona calda, con un clima tropicale, e soprattutto, era coperto dal mare. Col tempo, il fondale marino si è indurito e sollevato, trasformandosi nella roccia che vedi oggi su colline e valli: la chiamiamo Pietra di Finale. Dentro questa pietra, puoi trovare i fossili. Sai cosa sono? Il processo di fossilizzazione avviene in migliaia o milioni di anni: le sostanze che componevano piante e animali morti vengono lentamente sostituite da minerali. In questo modo, sono rimasti conservati i resti di piante, conchiglie, denti di squalo e ossa di mammiferi marini. Perché questo accadesse, animali e piante dovevano essere sepolti subito dopo la morte nel fango del fondale, rallentando la loro decomposizione e permettendo ai minerali di prendere il loro posto.
In Liguria di Ponente gli archeologi hanno trovato le tracce di tre antiche specie umane, che ci raccontano come è cambiata la vita dell’uomo nel corso del tempo. Attraverso una sorta di carta d’identità cerchiamo di scoprire le caratteristiche di ciascuna di queste specie. La prima è l’Homo heidelbergensis, un nostro lontanissimo antenato, le cui origini sono africane. Viveva centinaia di migliaia di anni fa e già sapeva cacciare con la lancia. Una delle sue scoperte più importanti fu il fuoco: imparò ad accenderlo circa 500.000 anni fa! Nel territorio del Finalese sono stati trovati i suoi strumenti di pietra, chiamati bifacciali perché lavorati su entrambi i lati. Erano usati per tagliare, cacciare o costruire, e ci mostrano quanto fosse ingegnoso. Molto tempo dopo arrivò l’Homo neanderthalensis, discendente da heidelbergensis, conosciuto anche come Uomo di Neandertal. Visse in Europa e nel Vicino Oriente tra 300.000 e 40.000 anni fa. Era un bravissimo cacciatore e raccoglitore, capace di costruire strumenti di pietra molto precisi per lavorare e difendersi. Forse sapeva anche parlare, anche se con un linguaggio più semplice del nostro. I Neandertal vivevano in gruppo, si aiutavano a vicenda e si prendevano cura dei malati e dei morti: questo ci fa capire che avevano un forte senso di solidarietà e affetto. Poi arriviamo all’Homo sapiens - cioè la specie a cui apparteniamo anche noi! La nostra specie è nata in Africa e poi si è spostata in molte altre parti del mondo, fino ad arrivare anche in Europa. Qui incontrò l’Uomo di Neandertal e per un po’ le due specie vissero negli stessi luoghi. Non sappiamo se andassero d’accordo, ma dopo un certo periodo i Neandertal scomparvero. L’Homo sapiens era molto creativo e pieno di idee: inventò nuovi strumenti che rendevano la caccia e la vita quotidiana più facile e sicura. Ma soprattutto cominciò a creare oggetti belli e decorati, a dipingere le pareti delle grotte e a seppellire i morti con oggetti speciali. Completata la visita della Sala I, procediamo per raggiungere l’ingresso della Sala II che troverai alla tua sinistra.
Siamo nella Sala II. Qui vedi gli oggetti che dimostrano quanto Homo heidelbergensis fosse capace di ideare e costruire strumenti in pietra per le sue attività quotidiane. Ad esempio, i chopper: ciottoli scheggiati solo su un lato, usati per tagliare e rompere le ossa degli animali. Rompendo le ossa, potevano estrarre il midollo, una sostanza molto nutriente. Homo heidelbergensis realizzava anche strumenti ancora più affilati, detti bifacciali (o amigdale), taglienti su entrambi i lati. Puoi vederne due esemplari nella vetrina cilindrica in fondo alla sala. Questi attrezzi servivano per tantissime cose, come per appuntire rami e farne delle lance. Sappiamo che usavano anche legno, pelle, cuoio e tendini, ma questi materiali si sono rovinati e non si sono conservati. Di fronte alla vetrina, puoi toccare alcune riproduzioni per capire meglio come erano fatti e come funzionavano.
Spostandoci nella Sala III, fai attenzione! Durante il Paleolitico (il periodo della pietra antica) non era raro incontrare animali giganteschi, antenati di quelli che conosciamo oggi, come il rinoceronte di Merck, l’elefante antico e il cervo megacero. Ma l'animale che rappresentava il pericolo maggiore era l'Orso delle Caverne (Ursus spelaeus). Qui vedi la ricostruzione di questo grande mammifero nel suo rifugio naturale: la grotta, che usava per il letargo invernale. Nelle caverne, l'orso lasciava tracce come impronte nel fango o graffi sulle pareti. Alcuni esemplari non superavano l'inverno e i loro resti ossei sono stati ritrovati dagli archeologi. Nonostante fosse enorme, l’Orso delle Caverne era agile e veloce. Entrava spesso in competizione con gli uomini (soprattutto con l'Uomo di Neandertal) perché entrambi cercavano le grotte come riparo e le stesse fonti di cibo. Osserva lo scheletro ricostruito con i resti trovati nella Caverna delle Fate, appartenenti ad una femmina giovane. I maschi adulti erano i più grandi: potevano raggiungere i tre metri di altezza e pesare più di 800 chili. L'Orso delle Caverne si è estinto circa 25.000 anni fa.
Tra 400.000 e 40.000 anni fa, in Europa compare l’Uomo di Neandertal, più evoluto socialmente e tecnologicamente dei suoi predecessori. Usavano le grotte o accampamenti all’aperto come rifugi, creando spazi diversi per le varie attività. Nell'ambiente ricostruito puoi vedere un Neandertal coperto da un abito di pelliccia per proteggersi dal freddo, intento a osservare una punta di selce che fisserà a un ramo per creare una lancia. Intorno a lui ci sono strumenti, resti di materiali e le tracce di un focolare dove cuocevano le loro prede. Usavano elementi naturali come conchiglie fossili e grumi di ocra per decorare il corpo. I Neandertaliani avevano una statura media-bassa e una struttura robusta, perfetta per gli ambienti freddi. Avevano la fronte e il mento sfuggenti e forti rilievi sopra gli occhi, ma il loro cervello era più grande del nostro. Erano cacciatori molto abili e la loro dieta era basata sulla carne. Erano anche molto solidali: abbiamo trovato resti di individui con ferite gravissime ma sopravvissuti o di persone molto anziane per l’epoca, il che dimostra che il gruppo si prendeva cura di loro. Le numerose sepolture di uomini, donne e bambini confermano la grande attenzione che avevano per i defunti.
Circa 50.000 anni fa, è arrivato in Europa l’uomo moderno, Homo sapiens, la nostra specie, proveniente dall'Africa. Poche migliaia di anni dopo, l’Uomo di Neandertal si è estinto, scomparendo del tutto circa 40.000 anni fa. Gli studiosi discutono ancora su come le due specie abbiano interagito e perché i Neandertaliani siano scomparsi. Una cosa interessante: le analisi sul nostro DNA dimostrano che molti di noi hanno tracce genetiche neandertaliane, segno che ci sono stati degli incroci tra i due gruppi umani. Sulla parete puoi confrontare i crani e gli scheletri dei due tipi umani per notare le differenze. Da qui in poi, entriamo in uno spazio dedicato al Paleolitico superiore: da questo momento, Homo sapiens rimane l’unico protagonista della storia umana ad avere lasciato testimonianze nel corso dei successivi millenni.
Qui è esposta la riproduzione di una sepoltura eccezionale: quella di un giovane cacciatore di 15 anni, vissuto circa 28.000 anni fa. La tomba fu scoperta nel 1942, a sette metri di profondità. È considerata uno degli esempi più importanti del Paleolitico superiore in Europa, per la ricchezza e la rarità degli oggetti ritrovati insieme al ragazzo, che per questo è stato soprannominato il “Giovane Principe”. Vi starete chiedendo il perché di un trattamento funebre così elaborato. Probabilmente, la cura con cui è stato sepolto è legata alla sua morte, avvenuta forse a causa dell'attacco di un grande animale, come un orso delle caverne o una iena. La sepoltura fu un omaggio speciale del suo gruppo. Si notano i segni di una morte violenta sul lato sinistro del volto, dove manca mezza mandibola, e una profonda ferita sulla spalla. Queste ferite furono trattate con un impasto di ocra gialla, nota per le sue proprietà curative, per tentare di ricomporre il volto. Le ferite sono state purtroppo mortali. Il corpo fu disteso su un letto di ocra rossa (usata per rituali) e accompagnato da un ricchissimo corredo funebre.
Partendo dalla testa e scendendo verso i piedi, possiamo immaginare com’era vestito il giovane. Sul capo portava una bellissima cuffia decorata con tantissime piccole conchiglie forate e con denti di cervo: un vero e proprio copricapo da cui pendeva un ciondolo in avorio sulla fronte. Sul petto aveva una conchiglia di mare molto particolare, chiamata ciprea. Gli studiosi pensano che avesse un significato speciale, forse legato alla vita e alla nascita, perché ricorda alcune forme del corpo umano femminile. Sulla spalla sinistra e lungo i fianchi c’erano quattro bastoni fatti con il palco di alce: tre di questi avevano delle linee incise come decorazioni. Non sappiamo esattamente a cosa servissero, ma potrebbero essere stati usati come strumenti per raddrizzare le punte delle lance realizzate in osso. Nella mano destra il giovane stringeva una lunga lama di selce grigia, arrivata da molto lontano, dalla Francia meridionale: pensate, quasi 200 chilometri di distanza. Vicino al polso sinistro si trovavano un pendaglio in avorio di mammut - un materiale preziosissimo - e alcune conchiglie forate. Forse insieme formavano un braccialetto o una decorazione per la manica. All’altezza delle ginocchia, invece, sono stati trovati due pendagli in avorio a forma di otto: potevano servire per legare la parte superiore di un paio di gambali, un po’ come dei lacci o delle fibbie preistoriche. Tutti questi oggetti sono stati disegnati e ricostruiti in un’immagine che ci mostra come poteva apparire il “Giovane Principe” e come poteva essere vestito nel momento della sepoltura. Il suo abbigliamento, ricco di decorazioni e materiali preziosi probabilmente era stato preparato apposta per accompagnarlo nel suo ultimo viaggio, come un vestito da cerimonia per l’aldilà.
In questa e nella prossima sala, iniziamo un viaggio affascinante nel Neolitico, o età della pietra nuova. Questo periodo (compreso tra 7800 e 5600 anni fa) è stato fondamentale perché ha portato tantissime novità che ancora oggi caratterizzano la nostra vita. Questa nuova cultura nacque nella Mezzaluna fertile (una vasta area tra Egitto, Siria, Turchia, Iraq). Lì, grazie al terreno fertile e alla presenza di piante e animali selvatici adatti, l'uomo ha sperimentato le prime forme di agricoltura e allevamento. Nel corso di migliaia di anni, i cacciatori e raccoglitori smisero di essere nomadi e diventarono stanziali, agricoltori e allevatori. A causa dell'aumento della popolazione e della carenza di cibo, partirono dall’Oriente verso l'Europa in cerca di nuovi spazi da colonizzare. Il grande disegno davanti a te mostra l'arrivo nel Finalese, attorno a 7800 anni fa, di nuove popolazioni dal centro-sud dell’Italia che portarono via mare le nuove scoperte di quel periodo. Puoi osservare questi "coloni" trasportare pecore già addomesticate, chicchi di cereali e legumi. Erano risorse nuove per il Finalese e per tutta l'Europa. Queste persone arrivarono sulla costa ligure a bordo di piroghe (cioè delle barche ricavate da tronchi), portando con sé pratiche agricole, di allevamento e la tecnologia per produrre i contenitori in ceramica. Nella vetrina vicina, vedi alcuni dei vasi usati dai primi Neolitici, decorati imprimendo l'argilla ancora morbida con il bordo dentellato di conchiglie, ossa d'uccello o cannucce. Ma come sappiamo che hanno viaggiato via mare? Grazie all'ossidiana! Tra i loro oggetti, ci sono strumenti fatti di ossidiana, un vetro vulcanico nero che si trova solo su alcune isole del Tirreno centro-meridionale e in Sardegna. Questo materiale poteva arrivare in Liguria solo attraverso spostamenti e scambi via mare.
Siamo nel Riparo di Pian del Ciliegio, una caverna nell’entroterra. Qui sono stati trovati molti focolari, alcuni usati per le attività quotidiane, per cuocere il cibo e per riscaldarsi, altri per produrre ceramica. Il disegno sullo sfondo della vetrina mostra tutte le fasi del lavoro del vasaio, dalla modellazione con la tecnica del colombino (che prevede la creazione di cordoncini cilindrici di argilla da sovrapporre) fino alla cottura in un forno. Qui è stato trovato un oggetto unico nel Neolitico italiano: un cilindro di terracotta con delle incisioni che formano dei quadratini. Su otto di questi quadratini è stato impresso un punto prima della cottura. Oggetti simili, chiamati “tokens”, provengono dal Vicino e Medio Oriente e sono considerati strumenti per contare, forse un primissimo passo verso la scrittura. Se lo osservi bene, vedrai che la superficie è divisa in 5 file da 12 quadretti. Questa suddivisione fa pensare che i Neolitici liguri contassero per sessantine, proprio come i Sumeri. Associando questo oggetto alla produzione di ceramica, possiamo ipotizzare che servisse a tenere il conto dei vasi prodotti nella grotta.
Iniziamo un percorso sui rituali neolitici. In questa vetrina vedi alcune statuine femminili di terracotta. Sono state ritrovate in caverne come le Arene Candide e Grotta Pollera. Queste statuine mostrano l'attenzione per la donna come simbolo di fertilità. La fertilità, cioè la capacità di dare la vita, era molto importante per le persone della preistoria. Loro sapevano bene che da essa dipendeva la loro sopravvivenza. Non contava solo la fertilità delle donne, che permetteva la nascita dei bambini e quindi il futuro del gruppo, ma anche quella della natura, che doveva continuare a far crescere piante e animali per dare cibo a tutti. Queste statuine sono chiamate anche “veneri neolitiche”. Nel Neolitico si diffuse in tutta Europa un rituale legato a queste piccole sculture, forse un vero e proprio culto della “Dea Madre”. Procediamo ora a destra ed entriamo nello spazio riservato alle sepolture neolitiche.
Questo spazio racconta come le persone del Neolitico seppellivano i loro morti più di 6.000 anni fa. In quel periodo gli uomini e le donne vivevano di agricoltura e allevamento, e in Liguria usavano spesso le grotte per molte attività: come casa, come rifugio per gli animali e anche come luoghi per le sepolture. Quando qualcuno moriva, il corpo veniva deposto con grande cura. I defunti erano messi su un fianco, con le ginocchia piegate e le mani vicino al viso. La testa era orientata verso nord, mentre il volto guardava verso est, cioè dove sorge il sole: un gesto simbolico legato alla rinascita e alla luce. Dentro alle tombe scoperte in questo territorio non venivano quasi mai collocati degli oggetti per accompagnare il defunto nel suo ultimo viaggio. In questa sezione del Museo puoi vedere quattro esempi di sepolture del Neolitico trovate in tre grotte della Liguria: la Caverna delle Arene Candide, la Grotta Pollera e l’Arma dell’Aquila. Le tombe erano semplici fosse scavate nella terra, dove il corpo veniva protetto con lastre di pietra. Gli studiosi hanno analizzato attentamente le ossa trovate per capire come vivevano e di cosa morivano queste persone. Nella prima tomba, quella delle Arene Candide, è stato trovato lo scheletro di un uomo adulto che aveva sul cranio una piccola forma di tumore, chiamata “osteoma”. Nella Grotta Pollera, invece, è stata scoperta una giovane donna che, probabilmente, è morta durante il parto insieme al suo bambino. Un altro individuo, trovato sempre alle Arene Candide e ricoperto di ocra rossa, mostra segni sulla colonna vertebrale che fanno pensare a un lavoro molto faticoso, forse dovuto al trasporto di carichi pesanti. Infine, nella tomba dell’Arma dell’Aquila, ci sono i resti di una donna anziana che presenta sul cranio tracce di una pratica particolare: una leggera incisione fatta con un pezzo di selce, forse per curare un dolore o come parte di un rito magico. Gli studiosi hanno visto che l’osso si era rimarginato, quindi la donna era sopravvissuta a questa pratica.
Nel Neolitico recente (tra 6200 e 5600 anni fa), la Liguria fu influenzata dalla cultura della Francia meridionale. Le ceramiche di questo periodo sono molto fini, lisce e lucide, di colore rosso o nero brillante, con decorazioni geometriche incise. L'allevamento e la pastorizia si svilupparono molto, soprattutto la lavorazione dei prodotti del latte. Al numero 9, vedi alcuni attrezzi usati per fare il formaggio, come una tazza, una ciotola capovolta e un vasetto con dei fori, che serviva da colino. L'illustrazione a fianco mostra la vita quotidiana all'esterno di una caverna: pastori che tengono il bestiame in recinti e che producono formaggio. Grazie agli ovini, si cominciò ad usare anche la lana. Dopo essere stata lavorata, la lana veniva tessuta per ricavarne stoffe. Al numero 5 vedi la riproduzione di tessuti e una conocchia con fusaiola, usate per filare. Al numero 4 puoi vedere invece un peso da telaio. I primi telai erano semplici strutture rettangolari di legno. Il bastone orizzontale in alto si chiamava subbio e da lì partivano i fili dell’intreccio, tenuti in tensione da pesi di argilla o pietra. La trama veniva passata da un lato all’altro con una spoletta e poi accompagnata con un pettine e compattata con un attrezzo di legno detto battitoio.
Siamo in una sala che ci parla di un passaggio fondamentale nella storia umana: la scoperta dei metalli. Imparando a fonderli con il fuoco, l'uomo ha potuto creare strumenti molto più efficaci di quelli in pietra. Non sappiamo come avvenne questa scoperta. Forse, rompendo rocce che contenevano minerali metallici, si accorsero che vicino al fuoco, se scaldati ad alta temperatura, questi si scioglievano diventando liquidi, per poi raffreddarsi e diventare solidi in una forma diversa. Questa conoscenza arrivò in Liguria, ma era già maturata in aree come il Vicino Oriente. I minerali metallici non si trovavano ovunque, e questo ha favorito i commerci e gli scambi tra le popolazioni. Estrarre e lavorare i metalli richiedeva abilità speciali, e questo creò le prime differenze sociali e possibili scontri tra chi controllava la produzione e chi no. Gli archeologi dividono le Età dei Metalli in: Età del Rame, Età del Bronzo e Età del Ferro. Nella ricostruzione, vedi una piccola fossa per la fusione e gli attrezzi del metallurgo: una mazza per rompere il minerale, un mantice per soffiare aria nel fuoco e aumentare la temperatura, stampi di pietra e un recipiente chiamato crogiolo utilizzato per colare il metallo fuso.
L’Età del Ferro in Liguria va dal 900 al 180 a.C. In quegli anni vivevano gli antichi Liguri, un popolo che abitava un territorio molto più grande di quello della Liguria di oggi. I Liguri erano abili commercianti e facevano scambi con popoli vicini come gli Etruschi e i Celti, imparando anche alcune delle loro usanze. Le monete greche e puniche trovate a Perti ci raccontano di questi scambi in tutto il Mediterraneo. In quel periodo il fuoco aveva un ruolo molto importante, soprattutto nelle cerimonie per i defunti: infatti, bruciavano i corpi, una pratica chiamata cremazione. Nelle tombe degli uomini si trovavano spesso armi come lance, spade e pugnali, mentre nelle tombe delle donne c’erano fusaiole (piccoli pesi usati per filare la lana) e oggetti decorativi. Alcuni reperti, come elmi di bronzo e punte di giavellotto, mostrano che i Liguri erano anche guerrieri coraggiosi. Le storie raccontate dai Greci e dai Romani ci dicono che spesso erano chiamati come mercenari per la loro forza e abilità. La riproduzione che vedi mostra come vivevano gli antichi Liguri: i loro villaggi, chiamati “castellari”, erano costruiti su colline ripide, così da essere ben protetti. Le case erano capanne di legno appoggiate su basi di pietra. I Liguri coltivavano campi, allevavano animali e producevano formaggi e tessuti, ma non dimenticavano la caccia e la raccolta di ciò che la natura offriva. Questo li rendeva un popolo molto abile e capace di vivere in luoghi difficili, sfruttando tutto ciò che li circondava.
L’ultima parte della sala dedicata all’Età dei Metalli parla delle incisioni rupestri, cioè dei disegni fatti sulle pietre. Qui puoi vedere delle copie delle raffigurazioni, che erano incise all’aperto su grandi lastre di pietra (chiamate “ciappi” in dialetto) o all’interno di grotte. Gli antichi Liguri le creavano usando strumenti duri di pietra o di metallo, raschiando o picchiettando la superficie della pietra. Nel Finalese, i disegni più comuni erano croci, griglie e figure di persone e animali. Ancora oggi non sappiamo esattamente cosa volessero significare, quindi rimangono un piccolo mistero del passato. Adesso puoi oltrepassare la porta indicata dal cartello rosso per raggiungere la successiva sala dedicata all’età romana-bizantina e altomedievale.
Il grande disegno in questa sala ci mostra le battaglie che iniziarono nel 181 a.C., quando i Romani cercarono di conquistare il Ponente ligure. I Romani erano abituati a combattere in spazi aperti, ma nelle strette e ripide valli della Liguria incontrarono molta resistenza da parte degli antichi Liguri, che difendevano con coraggio la loro terra. Col passare del tempo, i Liguri iniziarono a imparare usi e costumi dei Romani, finché tutta la regione fu conquistata, intorno al I secolo d.C. Da quel momento, la vita nel Finalese seguì le regole e le tradizioni dell’Impero Romano, che durò fino al V secolo d.C. Dopo la caduta dei Romani, alcune tradizioni furono mantenute dai Bizantini e poi dalle popolazioni chiamate “barbariche”. In questo periodo di grandi cambiamenti, si diffuse anche il Cristianesimo, la nuova religione che sostituì i vecchi culti pagani.
Uno dei punti forti dei Romani era la loro rete di strade e commerci, che permetteva di muovere persone e merci in tutti i territori dell’Impero, sia via terra che via mare. Il grande pannello che vedi mostra la costruzione del Ponte delle Fate in Val Ponci, uno dei cinque ponti costruiti tra il I e il II secolo d.C. in questa valle dell’entroterra finalese. I ponti facevano parte della via Iulia Augusta, una strada voluta dall’imperatore Augusto nel 13 a.C. per collegare la Pianura Padana alla Gallia meridionale (il territorio della Francia più vicino a noi), evitando i difficili passi alpini. Nel disegno puoi vedere come lavoravano gli operai: alcuni manovrano una grande macchina chiamata polyspastos, fatta di legno, funi e carrucole, per sollevare e posizionare i pesanti blocchi di pietra. Altri due architetti usano una groma, uno strumento che li aiutava a tracciare linee dritte e angoli perfetti per costruire la strada e il ponte. Altri operai costruiscono le spalline del ponte con blocchetti di Pietra di Finale e malta, mentre tre soldati controllano il cantiere per garantire sicurezza. In basso a destra del pannello puoi vedere una ricostruzione di questi blocchetti, come apparivano lungo il percorso. Lungo le strade i Romani mettevano anche i cippi miliari, pietre con iscrizioni che indicavano le distanze, come quello trovato a Varigotti. Ma i commerci non erano solo sulla terraferma: il mare era pieno di navi cariche di merci. Le anfore esposte qui venivano usate per trasportare olio, vino, olive e salsa di pesce.
Nel mondo dei Romani, la religione e i riti legati ai morti erano molto importanti. Nella vetrina più piccola puoi vedere una tomba del II secolo d.C. Era una piccola fossa coperta con tegole e conteneva le ceneri del defunto. Accanto a queste ceneri c’erano piccoli vasetti di vetro, chiamati balsamari, e una lucerna, cioè una lampada ad olio, che serviva a "illuminare” il cammino del morto nell’aldilà. Nella vetrina più grande c’è invece una sepoltura chiamata "alla cappuccina”. Le tegole sono messe a formare un tetto, come quello di una piccola casetta. Al centro del tetto c’era un tubo di ceramica dove si mettevano offerte rituali, come cibo o oggetti, per il defunto. Infine, nella terza vetrina puoi vedere la Tomba 22 della necropoli di Perti, del IV secolo d.C. Qui il corpo di un bambino è stato sepolto dentro un’anfora di terracotta. I Romani usavano spesso le anfore per seppellire neonati e bambini, un modo speciale per prendersi cura di loro anche dopo la morte.
La storia di Finale nel Medioevo è legata ai marchesi Del Carretto, una famiglia molto potente che governò il territorio di Savona e del Piemonte meridionale dal XII secolo fino al 1602. Furono loro a fondare nuovi borghi, come l’attuale Finalborgo, e a costruire Castel Gavone, la loro antica residenza. In questa sala puoi vedere tanti oggetti che ci raccontano come vivevano in quel periodo. Nella prima parte della vetrina ci sono molti esempi di ceramiche arrivate da lontano, dal mondo arabo, dall’Oriente e dall’Italia meridionale. Questi oggetti ci mostrano quanto i commerci via mare fossero importanti nel Mediterraneo. Tra questi c’è anche il “Reposadero de tinaja”, indicato al numero 3. Si tratta di un oggetto in ceramica decorata proveniente dalla Spagna. Veniva messo sotto un’anfora piena d’acqua per sollevarla dal pavimento: in questo modo l’aria poteva circolare sotto e mantenere l’acqua sempre fresca. Continuando a guardare la vetrina, puoi vedere piccoli oggetti di bronzo usati tutti i giorni, bicchieri di vetro, ceramiche decorate e anche recipienti più semplici che servivano in cucina. Tutti questi oggetti ci aiutano a immaginare la vita quotidiana a Finalborgo durante il Medioevo.
Questo spazio parla dell’evoluzione delle monete e chiude il percorso del Museo. Nella vetrina più grande puoi vedere la collezione di monete dello storico finalese Giovanni Andrea Silla, il primo direttore del Museo. La sua raccolta conta più di 1600 monete, alcune acquistate da collezionisti, altre ritrovate proprio nel territorio di Finale o vicino. Qui sono esposte tante monete che puoi osservare nei dettagli usando le lenti d’ingrandimento. Guardandole, puoi capire come le monete sono cambiate nel tempo, dal periodo dei Greci fino a poco tempo fa. In una piccola vetrina a forma di piramide è esposta una bilancia usata dai cambiavalute alla fine del XVIII secolo, con i pesi che servivano per controllare il valore delle monete in Liguria. Infine, nell’altra vetrina a muro ci sono monete trovate durante scavi archeologici nel Finalese. Sono monete medievali e moderne che ci raccontano dei commerci dei Liguri: le merci arrivavano via mare e lungo le valli e i passi dell’entroterra, collegando Finale all’Europa. Tutte queste monete ci aiutano a capire come le persone pagavano e scambiavano cose nel passato.